Zapatero: «Da giugno le trattative con l’Eta»

Duro il centrodestra: «Non si può cedere al ricatto di una banda terrorista»

Stefano Filippi

Il 22 marzo il «cessate il fuoco permanente» proclamato dai terroristi dell’Eta per «favorire un processo democratico nel Paese Basco». Ieri, due mesi esatti dopo la dichiarazione dell’esercito separatista, è giunta la risposta del governo spagnolo. Il primo ministro José Luis Zapatero ha annunciato che il prossimo giugno cominceranno le trattative dirette con l’Eta per mettere fine a 40 anni di lotta armata. Zapatero ha reso noto «l’inizio del processo di dialogo» durante un meeting organizzato dal partito socialista nella località basca di Barakaldo, un sobborgo di Bilbao dove in questi giorni si celebra la tradizionale Festa della rosa: era la prima volta che il premier parlava nella provincia ribelle dopo che l’Eta aveva deposto le armi.
Zapatero ha detto che in questi due mesi sono stati valutati gli effetti del cessate il fuoco unilaterale e che il risultato è convincente. Secondo il ministro della Comunicazione, Fernando Moraleda, tre informative consegnate al governo concordano sul fatto che l’Eta ha realmente deposto le armi e non ha intenzione di impugnarle di nuovo. Su questa base Zapatero andrà in Parlamento ad annunciare ufficialmente l’inizio dei colloqui. Ancora da fissare la data.
Accanto a questa, un’altra dichiarazione importante di Zapatero: proporrà che nel preambolo della Costituzione spagnola vengano ricordate le vittime del terrorismo. «Il migliore omaggio - ha detto - è riconoscere il loro sacrificio nel Libro della convivenza». Il premier ha aggiunto che saranno i cittadini baschi a decidere del loro futuro, «sempre però nel rispetto della legge»: «La pace e la convivenza devono essere frutto di uno sforzo comune».
L’opposizione del Partito popolare ha attaccato apertamente la svolta di Zapatero, giudicandola un errore gravissimo. «La Spagna non può cedere al ricatto di una banda terrorista - ha detto il segretario del Pp, Angel Acebes -, con l’Eta l’unica opzione possibile è verificare che si sciolga davvero e ottenere la consegna definitiva e irreversibile delle armi. Non si può pagare alcun prezzo politico a chi ha seminato terrore e violenza per 40 anni uccidendo centinaia di innocenti».
Il giorno in cui Zapatero si presenterà alle Camere, l’Associazione delle vittime del terrorismo convocherà una marcia di protesta contro il dialogo per difendere «memoria, giustizia e dignità» di chi ha patito violenze. Sarà la quarta manifestazione organizzata nell’ultimo anno e mezzo dall’Avt. Sul fronte opposto, il leader di Batasuna (il partito separatista di estrema sinistra dichiarato fuorilegge dal 2003 per non aver condannato le violenze) Arnaldo Otegi preme perché il dialogo sia multilaterale e non escluda l’indipendenza della regione.
Sarà un percorso difficilissimo per Zapatero. Dal 1961, quando l’Eta (sigla di Euskadi ta askatasuna, cioè «Paese basco e libertà») attuò la sua prima azione violenta tentando di fare deragliare un treno, sono morte circa 850 persone negli attentati: le ultime risalgono al 2003. Il premier socialista dovrà fronteggiare le pretese dei terroristi, le pressioni dei nazionalisti baschi, l’opposizione del partito popolare e dei familiari delle vittime.
Ma a sfavore di Zapatero c’è anche il sostanziale scetticismo degli stessi spagnoli: un sondaggio della scorsa settimana mostra che la maggioranza dei sudditi di re Juan Carlos è profondamente dubbiosa sul processo di pace e sulle reali intenzioni di disarmo dell’Eta. L’Ira, l’esercito separatista dell’Irlanda del Nord, dichiarò il cessate il fuoco (gli stessi termini usati dall’Eta) nel 1994, ma la rinuncia alla lotta armata giunse soltanto il 29 luglio 2005.