Zapatero lascia. È la fine di un’epoca

Lo Zapaterismo abbassa il sipario. Josè Luis è solo. Se ne va in anticipo. Il 20 novembre la Spagna torna a votare. Si cambia e non si torna più indietro. È la fine di un’epoca, di una politica basata sull’ottimismo, sulla fiducia nel progresso e nella scienza, diritti per i gay, aborti facili per le minorenni, diritti per le scimmie, processi al franchismo. La fine di Zapatero è la sconfitta della sua retorica, quella che alla fine lo ha soffocato, che ha rubato spazio alle azioni, ai decreti, agli interventi per arginare una crisi economica che ha lasciato il Paese al tappeto. Per questo Zapatero ora è solo. Anche i suoi del partito gli hanno sempre rinfacciato la lentezza. Quando bisognava intervenire, arginare, sconfiggere, lui si esaltava davanti ai diritti per le scimmie. Quando il Paese arrancava davanti al peso della crisi lui dava fiato a tutto l’ottimismo del mondo, negava e minimizzava. Il Paese del miracolo, patria liberale e progressista che superava l’Italia, mitizzata dalla sinistra crollava sotto il peso della bolla immobiliare. «Quando sono stato invitato alla Moncloa ho finalmente capito», ha raccontato un corrispondente inviato al quartier generale per un’intervista. «Quando Zapatero parlava di temi sociali aveva una luce negli occhi, le sue mani iniziavano a gesticolare. Quando il discorso cadeva sull’economia si annoiava. Smetteva di esaltarsi».
Zapatero ha sbagliato momento. Forse sarebbe stato perfetto in un’altra Spagna. Senza la crisi economica avrebbe potuto anche funzionare bene. Chissà. Ambizioso ma gentile, un politico solitario, «Bambi», lo chiamavano, per i suoi occhioni dolci. Lui che non ha mai amato troppo la vita pubblica. Il ritratto di un politico sui generis lo fa una fotografia scattata a Bucarest, 4 aprile 2008, al summit della Nato. Ci sono tutti: Bush, Merkel, Sarkozy. Sono in piedi, insieme a discutere, a scambiarsi consigli, aneddoti. Lui no. Lui è seduto al tavolo vuoto che legge il suo discorso. Zapatero è solo, quasi intimidito che resta in disparte, che non sa parlare inglese. In questi sette anni e mezzo di governo è stato il premier che ha consumato più pranzi alla Moncloa di tutti gli altri. A casa. Tranquillo. Come un impiegato qualunque, finiva la sua giornata con la sua famiglia. Oggi Zapatero può prenotarsi le vacanze, allentarsi il nodo della cravatta e prendere fiato. Torna dalla moglie, da Sonsoles, dalle sue due figlie. Un altro mondo. I suoi nemici lo hanno sempre detto: cresciuto troppo in fretta; la politica non perdona chi non ha fatto la gavetta. E lui è volato da Barcellona alla Moncloa senza un intoppo. E a pagare sono stati tutti gli spagnoli; retrocessi nella serie B dell’Europa. E fa rabbia se fino a un paio d’anni prima si sfioravano le vette. Oggi lascia un Paese con la disoccupazione oltre il 20 per cento, la più alta tra i Paesi industrializzati, e una crescita rachitica. L’annuncio di ieri di una ritirata precoce è il suo ultimo sacrificio sotto la forte pressione dei mercati. Con questa mossa, fortemente voluta dal partito socialista e inizialmente osteggiata dallo stesso Zapatero, il Psoe spera di poter recuperare nei sondaggi: davanti c’è ancora Mariano Rajoy, leader del Partido Popular del centrodestra. Il primo ministro aveva già deciso di non ricandidarsi alle elezioni di marzo 2012: «Non mi ricandido - annunciò allora - Due legislature alla guida della Spagna sono sufficienti». Il partito socialista aveva così deciso di presentare il ministro degli Interni Alfredo Perez Rubalcaba, già dimessosi dalla carica per preparare la campagna elettorale.
Si mescolano le carte. A novembre si decide il futuro di questo Paese, stanco di vuoti d’aria, di crescite miracolose e cadute rovinose. Il giorno scelto è il 20. Lo stesso in cui morì Franco. Era il 1975, l’inizio della transizione verso la democrazia iniziava da lì. Oggi si torna a girare pagina.