Zappadu, la perizia: scattò da dentro il parco

Dalle carte processuali spunta la prova che Zappadu violò la privacy del premier: superò l’area di sicurezza di Villa Certosa. Resta da capire come il paparazzo sia riuscito ad avvicinarsi così tanto al Cavaliere

Tempio Pausania - I misteri del fotografo che ha spiato per tre anni Silvio Berlusconi, beffando la vigilanza e forzando ripetutamente il domicilio del premier in Sardegna, cominciano a essere troppi. Complice involontaria la magistratura locale, che sui servizi e sui segreti delle incursioni a Villa Certosa del paparazzo Antonello Zappadu, non ha indagato come invece avrebbe dovuto.

Per avere un quadro completo sulle continue violazioni di legge e sulle gravi anomalie che ruotano attorno alle ultime gesta dell’autore di scoop nei discussi rapimenti di Silvia Melis e Faruk Kassam (dove lui stesso ricoprì un ruolo da protagonista, anche come «messaggero») è necessario riflettere sui contenuti delle carte dei procedimenti civili e penali che vedono protagonista proprio l’autore degli scatti a Villa Certosa. Che il 9 agosto del 2007 viene indagato dalla procura di Tempio Pausania perché, testuale, «si introduceva nella villa Certosa a Porto Rotondo, luogo di dimora di Berlusconi Silvio, in data da accertarsi, comunque anteriore e prossima all’aprile 2007». E perché «indebitamente si procurava notizie e immagini attinenti alla vita privata di Berlusconi e dei suoi ospiti nella villa»: i reati contestati dal pm Ezio Castaldi spaziano dalla violazione di domicilio all’interferenza illecita nella vita privata. Oggetto del contendere, la pubblicazione di ben 15 fotografie di Berlusconi ripreso in compagnia di alcune sue ospiti a Villa Certosa in edicola sulla rivista Oggi del 17 aprile 2007. Contestualmente un’altra denuncia viene presentata a Milano nei confronti del direttore del settimanale (cui si contesta la «ricettazione» di fotografie di «provenienza illecita») mentre l’Authority per la privacy il 14 settembre 2007 intima alla Rcs (editore di Oggi) lo stop a una ulteriore pubblicazione delle foto perché queste «risultano aver concretizzato condotte illecite alla tutela del domicilio, ciò anche in considerazione del fatto che risulta comprovato l’uso di tecniche invasive di ripresa» (confermate da Zappadu nella trasmissione Markette del 19 maggio 2007) e «che tale violazione si è concretizzata già al momento della raccolta delle immagini», indipendentemente dalla notorietà del soggetto ripreso, cioè Berlusconi.

Il diktat del garante si rifà a due precedenti pronunce (del 21 aprile e dell’8 agosto) nelle quali si dava per scontato che Zappadu aveva violato il perimetro della residenza del premier, nonostante il fotografo avesse abbozzato una discutibile difesa sostenendo di non aver violato alcun confine sulla collinetta sovrastante la villa perché non c’erano mura o segnalazioni di proprietà privata: «Ho scattato dal punto più alto del costone - spiega Zappadu il 2 maggio 2007 - ho sostato per tre giorni in una zona della collina che ritenevo essere di proprietà del Demanio». Con quali mezzi non s’è mai capito: prima, quale ospite d’onore alla trasmissione Markette de La7, ha fatto riferimento a «potentissimi teleobiettivi...». Poi, intervistato da Oggi, ha stranamente ridimensionato la portata degli strumenti tecnici a disposizione: «La mia attrezzatura non è eccezionale, uso teleobiettivi antiriflesso e un buon binocolo». Nelle more di queste battaglie legali il direttore del settimanale Pino Belleri decide di proporre ricorso contro il provvedimento del garante rivolgendosi al Tribunale civile di Milano ma il 9 giugno 2008 la prima sezione civile nel respingere il ricorso di Belleri dichiarava l’inammissibilità dell’impugnazione e condannava la Rcs al pagamento di 10mila euro. Lo stesso accadeva per un analogo procedimento pendente a Tempio Pausania. Come se non bastasse, proprio per «aver acquistato o comunque ricevuto da Zappadu» eppoi pubblicato una quindicina di foto «di provenienza illecita», Belleri finisce rinviato a giudizio dal tribunale di Bergamo.

Detto ciò, andiamo al clou del problema. Quando Zappadu ha scattato le foto, era o non era all’interno di Villa Certosa? Ha violato il domicilio oppure no? Ha commesso un reato? Il pm che avrebbe dovuto svolgere indagini in proposito ha chiesto l’archiviazione senza svolgere i necessari approfondimenti, così almeno par di capire dalla decisione del gip di Tempio, Vincenzo Cristiano, che il 26 marzo 2009 ha respinto quella richiesta imponendo al pm nuove indagini. Una decisione scaturita molto probabilmente dai precisi accertamenti tecnici svolti dalla difesa di Berlusconi e «fatti propri» sia dal Garante della privacy che dai tribunali di Milano e Bergamo. Un esame dettagliato delle planimetrie del parco di Villa Certosa e delle fotografie aeree effettuate da diversi punti prospettici – come scrive l’avvocato Nicolò Ghedini in una memoria – «non è materialmente possibile, in ragione della particolare conformazione dei luoghi, che gli scatti fotografici siano stati effettuati senza entrare all’interno del parco stesso, varcando pertanto i confini delimitativi dell’area di proprietà privata». Per avere un campo visivo sufficiente a riprendere con un teleobiettivo («molto potente» oppure «non eccezionale», a seconda delle versioni) le ragazze vicine a Berlusconi, è stato dimostrato che occorreva essere all’interno del parco, posto che la linea di confine corre lungo il crinale di una collina alta e scoscesa che guarda non verso la villa ma in direzione dell’entroterra, da cui è impossibile vedere la residenza del premier. E proprio la particolare angolatura assunta dall’obiettivo di Zappadu rispetto al piano delle immagini pubblicate ha consentito di ricostruire con esattezza la posizione del fotografo. Che cozza, platealmente, con le «certezze» del pm sviscerate nella richiesta di archiviazione tesa a perorare il diritto di cronaca e la posizione del fotografo nella villa, nonostante l’interessato avesse precedentemente ammesso d’aver scattato le foto «da un punto poco distante nella parte più alta del costone». Ecco quel che il pm ha scritto: «Non vi è prova certa dell’ingresso dell’indagato nei luoghi di cui all’articolo 614 cpp, luoghi a parere di questo pm da non potersi interpretare tanto estensivamente quanto esteso è il parco» di Villa Certosa, e cioè «molti ettari». E invece la prova c’è. Ed è nelle motivazioni della decisione della Prima sezione del tribunale civile di Milano. La ricostruzione fotografica e topografica effettuata mettendo a raffronto le foto pubblicate e le immagini della villa dimostra infatti che Zappadu era dentro la proprietà. Lo studio del consulente Giancarlo Izzo ha inoltre verificato come alcune delle zone della collina che guardano la villa siano recintate mentre altre, quelle più impervie, sono piene zeppe di cartelli con il simbolo e la scritta «Proprietà privata» e «Divieto di accesso». E in queste Zappadu si sarebbe mosso a proprio piacimento. A ciò si aggiunge che «da un sopralluogo nella zona da dove sarebbero state scattate le foto si è potuto constatare un evidente passaggio di una o più persone evidenziandosi la rottura di più rami e il calpestio di più aree di terreno che non viene mai interessato dal passaggio di chicchessia».

Capire come solo questo fotografo (il Giornale ne ha contatti altri quattro, tutti fermati dalla sorveglianza) abbia potuto beffare i controlli dal 2007 ai giorni nostri, è un altro discorso. Che fa il paio con i misteri delle ulteriori 5.000 foto scattate sempre da Zappadu tra Villa Certosa e l’aeroporto di Olbia, e delle quali lo stesso ha fatto cenno parlando con Repubblica dopo essere finito nei guai per uno stock di 700 fotografie che gli sono valse un’accusa di truffa per il maldestro tentativo di piazzarle a un milione e mezzo di euro al settimanale Panorama. Su questo filone indaga adesso Tempio Pausania, già titolare del procedimento non più archiviato (il 1882/07) per gli scatti su Oggi del 2007. Nelle more dei primi accertamenti svolti dai carabinieri di Roma, un primo dato salta agli occhi: dall’esame della memoria del computer e delle macchine fotografiche di Zappadu non vi sarebbe traccia alcuna dei 5mila scatti in più, ma solo delle 700 immagini finite agli atti. Nessun riscontro anche sul finto matrimonio di cui parla Zappadu nelle sue interviste. E allora, se nel pc personale di Zappadu queste migliaia di immagini non sono state trovate, e nell’unica attrezzatura a disposizione di Zappadu nemmeno, che fine hanno fatto? Dove sono? Il direttore di Gente, guardando attentamente il book che gli sottoponeva Zappadu, a un certo punto si sarebbe insospettito: «Scusa Antonello, ma come hai fatto a scattare queste foto se eri all’estero?». Già, come ha fatto?