Zar e star: Oleg Blokhin, un deputato in panchina

Ex astro della Dinamo Kiev ha un seggio in parlamento e allena senza stipendio

Tony Damascelli

Il «sovietico» aveva gli occhi lucidi. Non era vodka. Nemmeno la disperazione di dover lasciar liberi i suoi di fare sesso, secondo accordi e discipline. E nemmeno l’idea di dover pagare le camere dell’albergo, bloccate fino alla prima settimana di luglio, alla voce semifinale. Oleg Waldimirovic Blokhin piangeva davvero, per la gioia della vittoria, gli ucraini ce l’avevano fatta sugli svizzeri, ai rigori, dopo due ore di partita combattuta, sofferta ma inutile nel risultato, zero a zero.
Il «sovietico» è uno fatto così, con quella faccia rotonda e gli occhi come due asole, si porta addosso cinquantatré anni di storia calcistica, non soltanto del suo Paese di origine ma di tutta l’Unione Sovietica che fu. Perché Blokhin è stato zar e star, quando con la Dinamo di Kiev andava in giro a raccogliere trofei (due Coppe delle Coppe a distanza di undici anni la seconda dalla prima, il pallone d’oro, otto titoli nel campionato della Grande Urss, cinque coppe nazionali). Dribblava e andava come una scheggia, dicevano gli agiografi che sapesse correre i 100 metri in 10 e 8 manuali, la velocità era un privilegio di famiglia, sua madre Irina era stata atleta nazionale nei 400 piani, Oleg spingeva il pallone e l’aria, zigzagando e segnando gol belli e feroci, contro il Bayern di Monaco ne segnò uno lasciando a terra storditi quattro bavaresi. Poteva passeggiare per la piazza Rossa con i capelli lunghi e indossando i jeans, questo gli era permesso, in esclusiva, mentre agli altri era severamente vietata la zazzera, come qualunque indumento occidentale. Oleg no, Oleg era il principe, lo zar, il comandante, era il football, di Kiev, della Dinamo, il club del ministero degli Interni e della polizia segreta.
Gli fu permesso di emigrare ma restando in zona grigia, Austria, per dire, nel Vorwarts Steyr e addirittura sull’isola di Cipro con l’Aris Limassol. Erano anni di mercato nero, prima della perestroika e della glasnost. Blochin non ha cancellato, nel fisico come nel dire, nessun fotogramma di quel tempo. Di cui è fiero. È stato deputato del Partito della Patria, nazionalista duro e puro e ha confortato la sua scelta politica con alcuni atteggiamenti razzisti. Un giorno arrivò a dire che l’Ucraina del calcio aveva bisogno di essere ridata agli ucraini, chiudendo la frontiera ai calciatori stranieri perché alcuni di questi dovrebbero stare sugli alberi, mangiare le banane e ammirare piuttosto come gioca a calcio Shevchenko. La qual cosa, rivista e corretta, ha portato lui e la sua nazionale al primo mondiale della storia calcistica ucraina.
Nel frattempo però il sovietico si è spostato ancora più a sinistra, eletto nel Partito Socialdemocratico, ha movimentato ottocentomila giovani speranze dello sport ma ha anche scoperto avversari e tackle più duri di quelli che cercavano di fermarlo ai tempi belli, quando veniva chiamato «la freccia di Kiev».
Un anno fa, infatti, Oleg Blokhin pensava di dimettersi dall’incarico di commissario tecnico della nazionale. Era stata avviata una procedura nei suoi confronti per conflitto di interessi. Blokhin parlava troppo e troppo si esponeva, era diventato un personaggio scomodo, non dava più gloria al calcio giocato. Dunque un tribunale si occupò della vicenda, consultando regolamenti, calcistici e parlamentari. Il verdetto tolse la preoccupazione del «sovietico», Oleg poteva continuare a fare due mestieri soprattutto perché, almeno a livello ufficiale, non percepiva (e percepisce!) denaro per l’incarico di allenatore.
Shevchenko è cresciuto guardando fotografie e filmati del «sovietico», è riuscito a portare a Kiev un altro Pallone d’oro, cosa che in nessun altro spicchio dell’ex Unione Sovietica è riuscita a qualunque zar. Oleg Blochin ha asciugato le lacrime e può tornare a sorridere. A raccontargli l’Italia e gli italiani penserà il suo allievo.