Zara, così scomparvero i due fratelli Luxardo

Anche Bianca Ronzoni, moglie di Nicolò, venne gettata in mare e uccisa con il marito il 30 settembre 1944

Il più vecchio era Nicolò, nato a Zara nel 1886. Era il più grande dei tre fratelli proprietari della premiata fabbrica di liquori Fratelli Luxardo, celebre in Italia per il Maraschino. Con i fratelli minori Pietro (nato nel 1892) e Giorgio, Nicolò guidava un’azienda di 250 dipendenti in una città abitata da circa ventimila italiani e da una minoranza slava di duemila anime. La famiglia veniva dalla Liguria: nel 1821 un Girolamo Luxardo era approdato nella città dalmata (a quell’epoca appartenente all’imperial-regio governo austriaco) e aveva trasformato il «rosolio maraschino» di antica tradizione zaratina in un prodotto industriale di successo.
Zara era stata annessa al Regno d’Italia nel 1920 con il Trattato di Rapallo, diventando la più piccola provincia d’Italia, poco più di un chilometro quadrato di territorio, ampliato con la legge 18 maggio 1941, quando nuove terre dalmate erano state annesse all’Italia e venne creato il Governatorato della Dalmazia, retto da Giuseppe Bastianini prima e da Francesco Giunta poi.
Dopo l’8 settembre 1943, la Dalmazia viene occupata dai tedeschi. A Zara vi sono soltanto un migliaio di soldati della Wehrmacht ma gli emissari del maresciallo Tito convincono gli anglo-americani dell’importanza strategica e logistica della città, che verrà sottoposta per ben 54 volte a pesantissimi bombardamenti che provocheranno più di duemila morti. In questo difficile momento, Nicolò e Pietro Luxardo sono due figure di riferimento per la città. Nicolò, sposato con la milanese Bianca Ronzoni, è stato volontario nella prima guerra mondiale ed è decorato di ben due medaglie d’argento. Presidente della Camera di commercio, è anche deputato della città di Zara. Dopo l’ingresso dei tedeschi in città, si è adoperato in tutti i modi contro l’ipotesi di una cessione della città ad uno Stato indipendente di Croazia. Per lui, come per la maggioranza degli zaratini, Zara è italiana.
L’inverno 1943-44 è durissimo, i continui bombardamenti hanno ridotto la città un cumulo di macerie. In primavera Nicolò e Bianca si trasferiscono a Selve, una delle tante isolette del mare di Zara. Lì, il 30 settembre 1944, Luxardo viene prelevato dai partigiani titini e scompare. Di lui non si hanno più notizie e neppure di sua moglie Bianca. Si saprà poi che entrambi sono stati buttati in mare tra Selve e l’Isola Lunga e fatti annegare a colpi di remi.
Anche il fratello minore, Pietro, è persona di spicco. Direttore di produzione della Luxardo, è vicepresidente della Provincia di Zara e consigliere della filiale zaratina della Banca d’Italia. Nel tremendo inverno, sotto l’infuriare delle bombe, Pietro Luxardo fa sfollare la moglie e i due figli in campagna. Lui rimane in città, abitando in una baracca appoggiata al muro del cimitero, per cercare di portare avanti l’azienda. Ma anche la Luxardo è distrutta dalle bombe. Pietro gira in bicicletta la città e i piccoli centri vicini per consegnare la liquidazione ai dipendenti rimasti senza lavoro. «A tutti i dipendenti - racconta oggi il nipote Franco Luxardo - sia italiani sia slavi».
I partigiani di Tito entrano nella città distrutta il 1° novembre 1944, Pietro fa parte della piccola delegazione civile che li riceve e l’indomani effettua anche le consegne ufficiali della Banca d’Italia alle nuove autorità. Lo arrestano il giorno stesso insieme al viceprefetto Giacomo Vuxani, all’arcivescovo Pietro Doimo Munzani e a un gruppo di cittadini, tutti detenuti nella caserma «Vittorio Veneto». Due notti dopo viene prelevato da una pattuglia partigiana. Nell’uscire lascia a un vicino di pagliericcio il suo orologio: «Cerca di farlo avere a mio figlio». Da quel momento, anche di lui non si saprà più niente. Solo voci che affermano di averlo visto salire, sotto la minaccia di uomini armati, su una barca a motore che ha poi preso il largo verso il Canale di Zara. La sentenza di morte presunta del Tribunale di Venezia, in data 10 ottobre 1950, parla di «annegamento».
La scomparsa dei tre cittadini (ma si calcolano circa 180 gli zaratini uccisi durante l’occupazione titina) ha un macabro seguito. A un anno dall’uccisione, Nicolò Luxardo venne citato in giudizio davanti al tribunale di Zara per rispondere di azioni «contro il popolo e lo Stato» e condannato a morte «in contumacia» il 22 novembre 1945. Alla condanna venne aggiunta la confisca dei beni che era poi quanto interessava alle autorità comuniste: mettere le mani sulla Luxardo. Per dieci anni alla famiglia fu fatto credere che fosse internato in un campo di prigionia in qualche zona della Jugoslavia. Anche per Pietro la pretura di Zara emise il 6 marzo 1946 un decreto di «confisca dei beni» perché l’industriale «era stato condannato a morte dal tribunale militare», senza fornire alcun particolare sulle modalità dell’esecuzione.
Nicolò Luxardo ha raccontato questa odissea in un libro, Dietro gli scogli di Zara. L’unico superstite, Giorgio, ha ricostituito a Torreglia di Padova l’azienda di famiglia che ora viene condotta dagli eredi Luxardo.