Zara sindaco? Vincenzi: «Voglio le primarie»

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(...) volersi sobbarcare l’onere più che l’onore di succedere «al miglior sindaco d’Italia»: «Che cerchino un giovane, io le assicuro che non sono della partita». Al Giornale lo aveva detto in un’intervista nella quale spiegava perché a Montecitorio ha abbandonato il gruppo Misto per quello della Margherita. E a proposito. Il titolo dell’intervista riprendeva il concetto «entro nella Margherita per fare da mezzala a Prodi» e virgolettava: «Entro nella Margherita per fare gol ai rutelliani». «Lo so che sembra un po’ la stessa cosa, ma se si potesse dire che io non ho pronunciato quella frase» ha chiesto lui. Detto fatto, che in politica, si sa, le sfumature contano quanto le parole. Ecco, le sfumature. «Il fatto che Zara neghi di volersi candidare a sindaco è solo l’ulteriore conferma che lo farà» insistono i collaboratori di Marta.
E hai voglia a dire, come fa il segretario regionale dei Ds Mario Margini, che «io non leggo in questo senso il passaggio di Zara al gruppo della Margherita» e che «al successore di Pericu penseremo fra un anno». Lei, è fatta così, nel dubbio va alla carica. Non è solo questione di Zara «siamo amici e lo stimo». La questione è più complessa, spiega, e ha a che fare con quei giochini della politica che Vincenzi malsopporta da sempre. «Se quella con Zara è un’operazione nascosta io non lo so. Spero non sia vero, perché credo che si debba sentire il bisogno di discutere, di esprimere più idee e meno tattiche: è difficile suscitare entusiasmo su logiche di questo tipo ed è l’ora di finirla con il manuale Cencelli dei partiti». Non che il centrosinistra corra il rischio di perdere le elezioni a Genova, sottolinea. «Ma è determinante ricostruire un rapporto con la politica passando attraverso il rapporto con la città».
Quindi. La parola ai cittadini, tanto per cominciare. Decidano loro quale candidato sindaco vorrebbero. Tradotto: primarie. «Sui programmi più che sulle persone. Penso che sarebbe un buon modo per recuperare la partecipazione dei cittadini e per riscrivere un progetto di città». Non è una richiesta contro i partiti, assicura, ma la consapevolezza che «non è più tempo di mediazioni tutte interne ai partiti: le scelte vanno fatte insieme fin dall’inizio, altrimenti si crea un corto circuito fra i meccanismi di formazione del ceto politico e le istanze democratiche, una sorta di autoriproduzione del ceto politico». Che detta così suona parecchio inquietante, in effetti.
I tempi per organizzare le primarie ci sono, per Palazzo Tursi si vota nel 2007. «E poi anche a livello nazionale le fanno, no?» sorride Vincenzi. L’identikit del sindaco ideale è presto fatto: «Chi si candida deve rappresentare l’anima dei cittadini». Una parola, ma Vincenzi ha la sua idea di come si fa: «Sempre di più le questioni, tutte, vanno affrontate in termini nemmeno più nazionali, ma molto più ampi, basti pensare all’economia alla sicurezza. A livello locale però deve esserci un punto di sempre maggiore vicinanza con il cittadino».
Sembra un po’ il suo, di identikit, ma non diteglielo perché s’arrabbia. Non nega che le piacerebbe, «sono onesta», ma assicura di non aver mai pensato a una strategia per farsi candidare. Qualcuno dava per certo che se i Ds non avessero indicato il suo nome avrebbe messo su una lista civica tutta sua. Lei magari ci avrà pure pensato, ma il sogno vero, chiunque la coalizione scelga, sarebbe la ripetizione dell’esperienza della lista unitaria dell’Ulivo. Francesco Rutelli il leader della Margherita l’ha seppellita sotto una montagna di «pane e cicoria», va bene. «Ma il fatto che la lista non si faccia a livello nazionale non significa che debba tramontare anche qui». Con quella lista, SuperMarta tornò a casa, anzi andò a Bruxelles, con qualcosa come 150mila voti, più della metà a Genova. Poiché in politica anche i numeri contano, come le sfumature e come le parole, forse i Ds questa volta dovranno fare due conti. E fare i conti con Marta.