Zarqawi sconfitto tenta di giocare la carta dell’odio

Massimo Introvigne

La filiale irakena di Al Qaida ha pubblicato su internet il più lungo manifesto finora prodotto dal movimento di Bin Laden. Definito un «Proclama di Al Qaida nella Terra dei due fiumi», il testo confessa che Al Qaida perde consensi ogni volta che uccide civili musulmani attraverso l’attacco indiscriminato a piazze, autobus e mercati.
Il documento riconosce che «fondamento della nostra fede è che non si deve fare del male a un vero musulmano, e che non si deve spargere una sola goccia di sangue musulmano perché ogni goccia di sangue islamico versata invano mette in pericolo l’esistenza stessa del mondo». Perché allora Al Qaida uccide musulmani in Irak (e altrove)?
La prima risposta è che molti dei civili uccisi sono sciiti, e che gli sciiti non sono musulmani. «La cosiddetta fede sciita - secondo Al Qaida - è una forma di politeismo e di rifiuto di Dio». La tesi è stata data per scontata dai Talebani in Afghanistan e dagli ultra-tradizionalisti pakistani e sauditi, mentre il movimento fondamentalista, in questo differenziandosi dal tradizionalismo più puritano, è sempre stato aperto a collaborazioni con gli sciiti, soprattutto dopo la rivoluzione iraniana del 1979 e l’ascesa degli Hizbullah sciiti in Libano. L’allineamento della branca irakena di Al Qaida sulle posizioni anti-sciite più bigotte e retrive si spiega con il massiccio consenso manifestato dal mondo sciita in Irak nei confronti del nuovo governo e della Costituzione. Liquidato il sogno di unire un’opposizione sciita e una sunnita contro il governo e gli americani, al leader di Al Qaida in Irak Zarqawi rimane la carta dell’odio e della paura anti-sciita di una parte dei sunniti, già a suo tempo sapientemente alimentati da Saddam Hussein, di cui del resto Zarqawi era amico e collaboratore.
Ma le bombe di Al Qaida in Irak uccidono anche civili musulmani sunniti. Il testo risponde che nella storia le armate del Profeta si sono sempre trovate di fronte a mercenari e «rinnegati» musulmani che combattevano con gli eserciti cristiani «sotto il comando della croce». Il diritto islamico ha sempre permesso di uccidere chi si batte al soldo o al fianco degli infedeli contro i musulmani. Anzi, di per sé sarebbe la «decapitazione» - non sempre tecnicamente possibile, ma di cui il documento fa l’apologia - la punizione coranica per i «servi della croce» che tradiscono «la religione e il popolo».
Perché però una massaia che fa la spesa in un mercato o il passeggero di un autobus a Bagdad possano essere considerati «servi della croce» e quindi fatti saltare in aria senza misericordia è più difficile da spiegare. Il documento replica che vivere una vita normale in Irak anziché entrare in clandestinità e porsi agli ordini di Al Qaida significa sostenere, almeno implicitamente, il governo «collaborazionista» dominato dagli sciiti «politeisti» e controllato occultamente dai cristiani stranieri. Chiunque non rifiuta esplicitamente l’attuale governo - massaie comprese - «è un infedele, per quanto si dichiari un vero musulmano». Questa teologia dell’assassinio non è nuova: ha ispirato la strage di almeno centomila musulmani sunniti perpetrata a suo tempo dal terrorismo algerino. Allora, però, lo stesso Bin Laden aveva condannato lo sterminio. Stavolta la domanda è se il tagliagole Zarqawi sia sfuggito di mano a Bin Laden, o se i mali estremi di un Irak dove rischia di vincere la democrazia giustifichino anche agli occhi della cupola di Al Qaida gli estremi rimedi delle stragi indiscriminate di civili musulmani.