La zattera di Fogar per sempre nella Tempesta

La «Zattera» è rotonda, appena un metro e ottanta di diametro e una blanda copertura che ricorda una piccola tenda da campeggio. Lì dentro, con cinque litri d'acqua, qualche chilo di pancetta e un barattolo di zucchero, Ambrogio Fogar e il giornalista Mauro Mancini hanno tirato avanti per 74 giorni, in balia di un mare desolato e dei venti implacabili, i temibilissimi «Quaranta Ruggenti». Era il 1978 e per più di due mesi il mondo intero rimase col fiato sospeso. Quella zattera, ripristinata e totalmente restaurata, è ora approdata a Genova, al Galata Museo del Mare, dove rimarrà stabilmente, grazie alla donazione della moglie del circumnavigatore, Maria Teresa Panizzoli, della figlia Francesca e di tutta la famiglia Fogar: la testimonianza concreta e impressionante di una storia che tutti abbiamo vissuto al di qua degli schermi televisivi e che d'ora in poi sarà esposta nella Sala della Tempesta. «Ci sembrava la sala più idonea - ha affermato il direttore del Museo Pierangelo Campodonico, mostrandola per la prima volta al pubblico - a perenne ricordo di una vicenda che ha segnato tutti noi e che ha davvero dell'incredibile».
Vicenda nota: la partenza a bordo del Surprise, la barca a vela di legno con cui l'allora trentasettenne Fogar si accingeva alla circumnavigazione dell'Antartide, ennesima delle sue spettacolari imprese al limite del possibile (Mancini lo avrebbe accompagnato solo per un breve tratto, per realizzare un servizio giornalistico); una falla che li costringe a tornare indietro nella notte e poi all'improvviso l'urto decisivo, un'orca marina che distrugge il Surprise. E da quel momento la paura, la speranza e la incrollabile forza di volontà, tutto a bordo di quel minuscolo battello di salvataggio. «Ricordo soltanto tanto dolore e angoscia - confessa la moglie - in attesa di una qualsiasi notizia. E anche dopo, a incubo finito, per tantissimo tempo Ambrogio non ne volle più parlare». Sì, perché la storia ha un tragico epilogo, la morte del compagno Mancini a bordo della nave greca «Mastro Stefanos» che il 2 aprile li aveva salvati, stremati e in condizioni estreme, a nord est delle isole Falkland. Il giornalista aveva 51 anni, aveva perso ben 41 chili e non riuscì a sbarcare a città del Capo. Per lui Fogar ebbe parole di immensa e sentita amicizia: «Ho capito che per essere fratelli non bisogna per forza essere generati dallo stesso ventre».
Una storia straordinaria, che ha messo a confronto, in modo spietato, uomo e natura. «Un capitolo prezioso e indimenticabile nella storia degli uomini e del mare - aggiunge la presidente del Galata Maria Paola Profumo - qualcosa che il nostro museo può aiutare a raccontare, grazie ai suoi allestimenti coinvolgenti e a questa impagabile donazione, che ci permette di portare una preziosa testimonianza anche a chi, troppo giovane, non ha che un vago ricordo di questo straordinario e drammatico stralcio di vita».