Zecchi: «La cultura deve farsi spazio in metropolitana»

L’assessore del Comune: «No alla musica nelle stazioni, come a Londra. Penso a nuove forme di comunicazione che possano far avvicinare chi viaggia all’arte e alla poesia»

Pamela Dell’Orto

A Napoli le installazioni di artisti contemporanei alle fermate del metrò. A Londra - dove le fermate sono il riflesso della zona che le ospita - i concerti di Mozart come «cura» contro violenza e comportamenti aggressivi. Quella della metropolitana sta diventando sempre più una realtà a sé stante. Un città sotto la città, che vive di vita propria, con tanto di negozi, bar, punti di ritrovo. Spazi pubblici, insomma. E allora perché non sfruttarli, questi spazi, e trasformare la città sotterranea in una vera metropoli? La riflessione è del professor Stefano Zecchi, assessore alla Cultura del Comune che sta mettendo in cantiere un progetto che potrebbe rivoluzionare la storia culturale di Milano.
Un progetto che non ha niente a che vedere con la decisione del primo ministro britannico, Tony Blair, di diffondere in metrò la musica di Mozart come deterrente contro la criminalità. Spiega il professore: «Trovo che quella di Blair sia un’idea un po’ demagogica: è difficile ascoltare la musica in metrò, per via dei rumori. Per Milano sto invece prendendo in considerazione diverse iniziative per portare la cultura dentro i metrò. Penso soprattutto all’arte visiva. A Napoli hanno ricostruito un percorso di storia dell’arte, io penso a un percorso poetico-artistico. Ma è una cosa che sto ancora studiando».
Per capire meglio come potrebbe essere questa metropolitana milanese del futuro, partiamo pure dalla città reale, con i suoi manifesti pubblicitari, con i tanti messaggi che ci comunicano qualcosa dai muri dei palazzi come dalle pensiline dei tram, ma anche con l’arte di strada (ovviamente quella che non sconfina in vandalismo). Una città che parla ai suoi cittadini: «Ecco, ciò che fa la pubblicità è usare gli spazi pubblici per le comunicazioni commerciali. Io gli spazi pubblici vorrei usarli per qualcosa non legato al commercio o all’informazione, ma alla cultura, che poi significa la nostra storia e la nostra identità».
E allora, mentre centinaia di cittadini - milanesi ma anche stranieri, perché «Milano è un grande catalizzatore di persone» - aspettano il metrò, potrebbero girare fra le opere d’arte, incuriosirsi, leggere una poesia, o una pagina di un racconto: conoscere così nuovi pittori o autori. «Quello che ho in mente è un modo non tanto per divulgare, quanto per far partecipare le persone a un fenomeno culturale, e per rendere la cultura un momento di aggregazione. Perché in fondo gli spazi pubblici sono dei grandi testi».
In parte la Milano sotterranea è già stata colonizzata dai mega-schermi, quelli che trasmettono telegiornali e trailers in alcune stazioni. Scelta vincente per l’assessore, che sostiene che «tutto ciò che si fa per la comunicazione va benissimo». L’unica cosa che i sotterranei di Milano non sarebbero in grado di sopportare, secondo Zecchi, è proprio la musica: «Tendo a escluderla, a me darebbe fastidio ascoltare un pezzo di classica spezzettato. Quello a cui penso è una spinta verso l’alto alla fruizione della cultura in città. Ho già parlato con il presidente della Mm, Giulio Burchi, e ho già trovato riscontri positivi e disponibilità».
Chiaro che la cultura con la «c» maiuscola debba rimanere all’interno degli spazi istituzionali: «Commedie e tragedie in teatro, arte nei musei e gallerie. Qui si tratterebbe di forme particolari di espressioni artistiche». E l’arte di strada? Spesso, ad esempio, capita di leggere poesie alle fermate dei tram. «L’arte di strada ha avuto un po’ questa funzione, ma è una scelta di un singolo artista, qui la scelta sarebbe istituzionale». Chi l’ha detto che la cultura debba solo venire dalla strada?