Zecchi mantiene «Le promesse della bellezza»

A reclamare e mantenere tutte Le promesse della bellezza bastano appena le centoquarantaquattro pagine dell’ultimo libro di Stefano Zecchi (Mondadori, euro 16). Dacché esiste il mondo - cioè il pensiero - lei, la promettente signora, votata per definizione a stuzzicare le trepidazioni e le attese più palpitanti, giura di assicurare la felicità e il piacere, la verità e la virtù. L’armonia con il creato prefigurato nella mente divina e l’equilibrio proporzionato dentro l’ordine di un progetto umano. La salute: il vigore possente del fisico nella lotta darwiniana per la vita dove la legge del più bello equivale alla legge del più forte. E la salvezza: la grazia dostoevskijana concessa ai morituri nella disperata devastazione del cosmo. Il genio di un artista individuo e l’intuizione sovrumana dell’idea. Il bene, la giustizia, la libertà: al limite quella gratuita e capricciosa del fare «licito» del «libito», o quella nuda e splendida del bastare a se stessi senza bisogno di altri (doppi) fini. L’eternità: o il perpetuo (e chirurgico) rinnovarsi della giovinezza. L’universalità: o l’egualitario, democratico (tirannico) accesso per chiunque ai canoni e ai dettami della moda.
Non è finita (Zecchi non ne lascia scappare una): la seduzione amorosa e l’erotico appeal. Un posto di lavoro: l’affermazione, il capitale, la ricchezza personale. Il successo: sociale, professionale, sentimentale. La vittoria: incoronata come il campione di un torneo.
Era iniziata proprio così: con una competizione, una gara, un concorso di bellezza. Con la corsa di tre divine pretendenti a un primato e al premio di una mela. E, dall’inizio, l’irresistibile spergiura si rivelava, promettendo i suoi trofei, spericolata e diabolica tentatrice. Non casca però nelle sue trappole il filosofo, che pure - da ordinario di estetica - della bellezza si è ordinato e consacrato sacerdote. Non raccoglie la sua facile offerta del frutto proibito, e non per un voto di castità. La spoglia anzi, per disarmarla dei suoi tranelli, di tutte le sue reti. E mostra la corda, la lenza, lanciata dall’adescatrice nei suoi domini e riserve di caccia favorite. Il corpo: truccato, imbellettato, inguainato in minigonne e calze a velo o svelato e spogliato di pudori démodé. Il paesaggio naturale: paradiso perduto o eden ritrovato da ecologisti, salutisti, adepti di diete macrobiotiche. Le creazioni e le composizioni dell’arte: che, perduta l’ingenuità, si dannano per la peccaminosa originalità del brutto.
L’intenzione di Zecchi non è però, evidentemente, quella di tagliare il filo, di far cadere il prelibato boccone appeso all’esca per sfatare in un colpo solo ogni bella promessa. Della mela messa in palio il professore è invece preoccupato di serbare intatta la fragranza e la freschezza. Di preservarne la polpa dai morsi e dai guasti che minacciano di roderla, di intaccarla e di bacarla per la fame, l’impazienza, la smania sventata di acerbi e affrettati raccolti. Di coltivarne l’originaria genuinità, immune da nichilismi, relativismi, e peccati originali. Lo fa col metodo più efficace che potrebbe suggerirgli la sua esperienza di uomo di cultura, di cultore appassionato e di gusti coltivati: spiegando anzitutto che cos’è. «Provo a raccontarti cosa sia la bellezza» promette, avviando un dialogo rapido, immediato, diretto: telefonato si direbbe. Tanto più che Zecchi, prendendo e tenendosi la parola, si rivolge a un ascoltatore invisibile e muto, del quale si avverte la presenza all’altro capo del cavo senza che se ne sentano le battute. È, si capisce, uditore curioso, attento, beneducato, di «belle» (o estetiche) pretese, media cultura filosofica e timida vena polemica. Un amico? Un allievo? Un discepolo?
Più facile che sia tu, che adesso stai leggendo: invitato a calarti per un momento nel ruolo più classico dell’interlocutore dialettico ideale e attratto dall’aspettativa di una rivelazione immancabilmente promessa da un bel libro di filosofia.