Zeffirelli: "Cecchi Gori è in galera perché non è una carogna"

Il regista fiorentino: "Credo che la magistratura italiana lo perseguiti. Se non fosse stata una brava persona, Vittorio avrebbe avuto più fortuna negli affari"

Marco Ferri

Firenze - Due toscani doc. Senza peli sulla lingua. Polemici e campanilisti. Uno è un grande vecchio della Cultura. L’altro è rinchiuso a Regina Coeli con l’accusa di bancarotta fraudolenta. Due grandi amori li hanno uniti: il cinema e la Fiorentina. Franco Zeffirelli e Vittorio Cecchi Gori. Tra loro esiste un datato rapporto di lavoro, e quindi di rispetto e di amicizia, che origina dai tempi in cui a capo dell’impero cinematografico dei Cecchi Gori c’era Mario, il padre di Vittorio. Franco Zeffirelli, come regista cinematografico, ha avuto Vittorio Cecchi Gori sia come produttore (Storia di una capinera, del 1993) sia come distributore (Camping del 1957 e Amleto del 1990). Ma, come detto, lo stretto legame con la città d’origine e per la squadre del cuore, li ha sempre visti praticamente dalla stessa parte. Oggi le loro situazioni sono molto diverse.
«Mi dispiace molto per questa situazione di Cecchi Gori - dice Franco Zeffirelli, raggiunto telefonicamente nella sua casa romana - perché la trovo un po’ esagerata».

Perché?
«Perché ritengo che nei confronti di Vittorio ci sia un accanimento. Cioè contro un personaggio che avrà sì, i suoi difetti, ma anche molti meriti».

Qualcuno in particolare?
«Ad esempio ha fatto molto per Firenze e la Toscana, per lo sport nostro, per la Fiorentina, anche se poi è andata come è andata. Senza dimenticare quel che ha dato al cinema italiano, quando si è reso protagonista di una spinta che ha regalato grandi scariche di energie nuove».

Ma poi che cosa è successo?
«Poi ha cominciato ad andar male. E negli affari, se uno non è veramente carogna, non ce la fa. E lui, evidentemente, in fondo è una brava persona».

Si tratta di un giudizio un po’ paternalistico...
«Comunque sia, io gli sono molto amico, così come lo ero del padre, Mario Cecchi Gori. Per questo sono addoloratissimo per questa situazione che colpisce anche la città, Firenze».

Però non è la prima volta...
«Sì, e non mi pare giusto che avvenga. Lo stanno perseguitando. Vittorio già nell’80 aveva avuto un contenzioso... Sì, la giustizia italiana è diventata veramente molto sospetta in tanti casi. E questo è proprio uno di quelli. Chissà cosa c’è dietro...».

Quante volte avete lavorato insieme?
«Varie volte. Loro hanno distribuito i miei film. Produssero Storia di una Capinera, distribuirono l’Amleto con Mel Gibson, ci credettero. Poi però loro facevano un altro tipo di cinema, più commerciale».

Che comunque ha dei risvolti positivi...
«Certamente. Gliene indico subito uno. Vittorio, ad esempio, ha avuto il grande coraggio di insistere per promuovere la carriera alternativa di Celentano, che era un ragazzo molto interessante ma non era stato ancora capito come opportunità di attore di cinema».

E che cosa avvenne?
«Successe che Vittorio ebbe fiuto, capì le potenzialità dell’artista e agì contro la volontà del padre: gli fece fare un contratto per cinque film a mezzo miliardo l’uno che resero una fortuna alla Cecchi Gori che investì dappertutto».

Ancora un grande successo. E poi?
«Forse se il babbo, Mario, fosse intervenuto, forse si sarebbero fermati in tempo. Forse Vittorio ha esagerato, però insomma... arrestare una persona che ha fatto tante cose buone e metterlo in galera... ma scherziamo. Vittorio ha dovuto sostenere anche la questione della droga: per quella l’hanno rilasciato. E ora? Falso in bilancio... ma questa giustizia in Italia è veramente preoccupante».

Se lo incontrasse, che cosa gli direbbe?
«Che mi dispiace tanto per quel che sta passando. E colgo l’occasione per mandargli un saluto ed esprimergli tutta la mia solidarietà. Spero che il buon nome di Cecchi Gori sopravviva a questa bufera».