Zeffirelli riporta la Bohème alla Scala: «Spero che Muti possa tornare»

Lunedì sera il debutto dell’opera di Puccini diretta da de Burgos. Il regista: il nuovo palco non mi entusiasma

Sabrina Cottone

da Milano

La Bohème torna alla Scala, l’opera torna alla Scala. E riecco Franco Zeffirelli con la sua regìa che ha debuttato nel 1963 e non è più uscita di scena. Il maestro evoca un altro ritorno: «Spero che Riccardo Muti torni a lavorare con l’orchestra della Scala. Milano senza la sua presenza si è impoverita». L’ultima volta della lirica al Piermarini è stata con Muti, Salieri e Europa riconosciuta, l’opera che ha aperto la stagione il 7 dicembre scorso. Lunedì sera sarà Rafael Frübeck de Burgos a dirigere quella che definisce «un’opera perfetta, di grandezza sublime».
«Non è mai la stessa cosa» dice Zeffirelli presentando l’opera di Puccini che è la più rappresentata al mondo e che continua a essere gettonatissima: la prevendita è andata molto bene e il Piermarini si prepara al tutto esaurito. Lunedì a creare una miscela sconosciuta sarà de Burgos, che per la prima volta dirige l’orchestra della Scala in un’opera. E naturalmente i cantanti: la coreana Hei-Kyung Hong sarà Mimì (era già stata Musetta alla Scala), Roberto Aronica Rodolfo, Marcello sarà interpretato da Fabio Capitanucci e Musetta da Daniela Bruera. «Sono contento di rifare la Bohème con un gruppo di giovani. Non che non lo fossi con la Freni...» scherza Zeffirelli. Nella Bohème del 1963 diretta da Herbert von Karajan la Freni era Mimì. Anche de Burgos ha grandi ricordi legati alla Bohème e alla Freni: «La prima volta fu nel 1961 a Bilbao con Mirella allora sconosciuta. Ci ritrovammo quasi quarant’anni dopo all’Opera di Zurigo, io sul podio e lei ancora una volta Mimì».
Zeffirelli si guarda intorno nel foyer del Piermarini rimesso a nuovo: «Tornare alla Scala è una bella tappa del mio viaggio. La gioia di essere di nuovo a Milano è grande. Lavorare con i giovani mi fa sentire più giovane, anzi giovane». E forse a mettere allegria c’è anche il sollievo perché si sono risolti «i dissidi» che agitavano il teatro: «Ho vissuto le polemiche con molto disagio, avevo sentito da tempo aprirsi un percorso complesso e non recuperabile. Non poteva che finire così...». Cioè con l’addio di Muti alla Scala. «Il maestro non era libero di creare gioiosamente perché aveva troppe responsabilità che non gli competevano e che aveva voluto su di sé». Adesso che la struttura è stata riorganizzata, l’auspicio è che Muti torni sul palco da direttore e senza altre fastidiose incombenze.
Zeffirelli rivede il palcoscenico per la prima volta dopo i lavori di restauro e non si può dire che sfoggi entusiasmo: «Le cose andavano fatte in un altro modo. Non vedo mutamenti di rilievo. Sì, lo spazio è più comodo per ospitare il materiale ma non sono possibili i cambi di scena con i carrelli che ci sono da cinquant’anni nei principali teatri del mondo dal Metropolitan al Covent Garden a Vienna. E poi con tutto il rispetto: sul vecchio palcoscenico non abbiamo fatto brutti spettacoli...».