Zeffirelli: «Su Aida manipolazioni criminali»

«Sono incavolato: dobbiamo difendere le radici della lirica da certi stregoni del nord»

Piera Anna Franini

da Milano

«Sono l’ultimo regista d’opera che sa amare l’opera. Molti non sanno come si deve amare l’opera. La amano per ragioni sbagliate e trasversali». La confessione è di Franco Zeffirelli, firma pregiata di Aida, l’opera di Giuseppe Verdi in scena al Teatro alla Scala dal 7 dicembre. Sue le scene e la regia di un titolo affrontato per la quinta volta e riletto con lenti sempre diverse.
Così, dopo l’Aida formato tascabile di Busseto, stimolata dagli spazi lillipuziani di quel piccolo teatro, ora Zeffirelli ha predisposto un’opera grandiosa e allo stesso tempo esoterica, intrisa di mistero, di bianco e oro vestita, notturna là dove appare il Nilo. L’Aida 2006 sarà la dimostrazione sul campo di che cosa «si possa fare con l’opera» sferza Zeffirelli che punta il dito sulle regie fatte di «trovate e trovatine, di modernizzazioni così in voga nel Nord Europa e che però snaturano l’opera. Nell’Ottocento - ha ricordato - il melodramma era il cuore della cultura italiana. Ci ha permesso di espanderci in tutto il mondo. Per questo dobbiamo difendere le nostre radici. Non si possono buttar via perché viene un nuovo movimento estetico dal Nord che ci vuole insegnare come trattarla», ha spiegato ieri alla stampa. E non ha usato mezzi termini il grande decano della regia, «sono un po’ incavolato» ha detto senza batter ciglio.
Si salvi chi può. Perché lo sfogo non risparmia nessuno e si rivolge ai critici: «Non va bene - ha detto - incoraggiare quelle che considero vere e proprie manipolazioni criminali dei nostri grandi capolavori. Purtroppo avviene costantemente e se non ci ripariamo per tempo, i nostri figli non sapranno più che cosa era l’opera. Già cominciano oggi ad avere le idee molto confuse. Io faccio questa Aida con grandissimo piacere, ma il piacere è anche offrire a un pubblico giovane la possibilità di vedere un’opera come si deve fare». «Dobbiamo assolutamente recuperare questo primato»: questo il monito di Zeffirelli. Che ha offerto qualche dettaglio per la lettura della sua Aida, «studiata - ha raccontato - in modo da poter fare dei cambiamenti di scena rapidissimi, il più lungo dura 40 secondi. Ho raccolto i primi quattro quadri in un atto solo, cioè dall’inizio fino alla marcia trionfale. L’aver messo insieme questi quattro quadri senza interruzione lo reputo un grandissimo pregio per lo spettacolo». Detto questo, guai a chi lo considera il continuatore di un mondo vecchio e perduto perché «sono andato avanti, eccome», rimarca. «Si possono seguire i tempi rimanendo fedeli però a un genere, che è la scena d’opera. E questa non si può fare con due blocchi di velluto nero, ci vuole la scenografia», sigilla. E lo fa con l’avallo degli artisti, ad esempio del baritono Carlo Guelfi (sarà Amonasro) che ha ammesso: «Vi sono regie che sono così innaturali e lontane dalle ragioni musicali che un cantante deve fare violenza su di sé per adeguarvisi. In questi casi l’unica nostra arma è alzare i tacchi. Zeffirelli conosce il teatro e la musica, riempie di piacere chi lavora con lui, cosa piuttosto insolita di questi tempi».