Zeffirelli: «Vivrete la magia del mio Egitto virtuale»

L’opera manca dal Piermarini da 21 anni e il regista la dirige per la quinta volta. Debuttò nel 1963 proprio a Milano

Piera Anna Franini

da Milano

La prima scaligera, il prossimo 7 dicembre, offre l’opportunità per una grande rimpatriata. Lei, opera tra le più popolari in assoluto (probabilmente anche certi parlamentari se la caverebbero se interrogati sul tema), mancava alla Scala da ventuno anni. Lui, il regista autore di storiche produzioni, ha conosciuto un esilio lungo quattordici anni. Stiamo parlando di Aida, opera in quattro atti di Giuseppe Verdi su libretto di Ghislanzoni. E di Franco Zeffirelli, artefice della regia e delle scene di questa sua quinta Aida, preceduta dall’edizione del 1963 alla Scala, quindi del 1997 a Tokyo, 2001 a Busseto e quattro anni fa all’Arena. È lo stesso Zeffirelli a svelarci la chiave di lettura dell’Aida classe 2006.
Come ha trovato, anzitutto, la Scala del nuovo corso e come sta vivendo questo ritorno?
«Con una grande emozione. Ho ritrovato amici e figli di amici, del resto ho debuttato qui nel 1953».
Producendo una montagna di spettacoli. Quanti?
«Tanti, Italiana in Algeri, Elisir d’amore, il Turco, Bohème, Ballo in maschera e Otello naturalmente, lo spettacolo scaligero che più ho amato. Mercoledì verrà presentato un volume dedicato ai miei spettacoli a Milano, lì ricaverete tutti i numer»”.
Con Aida sfrutterà tutte novità del nuovo palcoscenico?
«No, nessuna. Anche perché non vi sono particolari novità o comunque io non me ne sono servito. Migliorie del teatro le individuo nel più ampio spazio dietro alle quinte. La vera forza della Scala sta nell’eccellenza dei macchinisti e dei tecnici».
Non ha mai metabolizzato la nuova Scala...
«Al rientro da una passeggiata in Galleria ho visto la deliziosa facciata del Piermarini e poi quella torre circolare e l’orrendo blocco. Non hanno voluto servirsi dei tecnici qualificati come hanno fatto a New York, Londra e Tokyo, s’è fatta una cosa in casa con risultati molto deludenti».
Riccardo Chailly anticipa che sarà un’Aida molto intima, lei parla di uno mondo egizio sospeso, esoterico. Quindi niente spettacolo?
«Lo spettacolo nasce dalle marce, dalle masse. Qui ho voluto ricavare una memoria dell’Egitto, uno chiude gli occhi e pensa a come poteva essere nell’antichità: diafano, immateriale, un’illusione».
La dimensione mistica è un po’ la cifra di questo spettacolo, dunque?
«L’idea è quella di un fato, di energie che governano gli uomini. Poi c’è l’amore, il contrario dell’amore, quindi l’odio. Sappiamo che gli Egizi erano molto avanzati quanto a esplorazione del virtuale, avevano poteri sulla materia di cui s’è persa traccia. Ecco tutto questi si avvertirà nel mio spettacolo che è tutto trasfigurato ma pure decorativo».
Nel senso che vi sono le classiche sfingi, obelischi...
«Sì, ma si tratta di materie incerte, prive di sostanza e che si perdono nell’aria. È un gioco di riverberi».
Ha utilizzato particolari materiali?
«Sì, sono materiali nuovi, plastiche di ogni genere, già utilizzate per l’ultimo spettacolo a Londra del 2003».
Chi è per lei Aida?
«È il fiore del melodramma,la vittima d’amore».
Pare che abbia espresso riserve sulla figura un po’ troppo statuaria di Violeta Urmana, appunto Aida.
«È un po’abbondante, ma la sistemeremo per la scena. Non è come a Busseto, tutto era così piccolo che abbiamo dovuto scegliere solo ragazze minute».
Se potesse scegliere un titolo del prossimo ritorno alla Scala?
«Sarebbe Trovatore».
Aida in due parole.
«Una bellissima fantasia, il frutto di cultura straordinaria e del più grande genio dell’Italia d’Ottocento. Di fronte a un committente che chiedeva uno spettacolo grandioso, pensato per festeggiare l’apertura del Canale di Suez, Verdi rispose con un’opera celebrativa, immettendovi cose estremamente raffinate e delicate. Forse non proprio in linea con quanto richiesto».