Zeffirino Namuncurá

Nel 1883 gli indios araucani, dopo anni e anni di gueriglia, si arrendevano definitivamente alle truppe della Repubblica argentina. Il loro ultimo capo, quello che firmò la resa, era un indio battezzato, Manuel Namuncurá, cui tre anni dopo nacque un figlio, Zeffirino. Manuel aveva capito che la battaglia per i diritti degli indios andava ormai condotta con altri mezzi e, per questo, quando suo figlio ebbe undici anni, lo portò nella capitale Buenos Aires per iscriverlo nel collegio tenuto da salesiani. Ma Zeffirino si rese ben presto conto che l’entrata dei suoi indios nella civiltà poteva essere ottenuta solo per via religiosa. Infatti, un cambiamento di mentalità era prima di tutto necessario, e in popoli che seguivano esclusivamente comportamenti dettati dagli dèi e da mitici antenati quel che serviva era una preventiva evangelizzazione. Così, a sedici anni decise di diventare sacerdote e nel 1903 venne mandato a studiare a Viedma. L’anno seguente, il vescovo Cagliero lo portò con sé in Italia perché proseguisse gli studi a Frascati, nel collegio salesiano di Villa Sora. Purtroppo la sua indole india, stoica fino all’eroismo, lo portava a non lamentarsi mai; e fu così che la tubercolosi gli venne diagnosticata troppo tardi. Nel 1905 fu dunque portato nell’ospedale che i Fatebenefratelli tenevano a Roma nell’Isola Tiberina. Ma non c’era più niente da fare. Morì là, dopo poche settimane. Nel 1924 i suoi resti mortali vennero riportati in patria, dove riposano a Fortín Mercedes. La sua tomba è meta di pellegrinaggi, specialmente da parte di membri della sua etnia.