ZEICHEN Prima vivere poi poetare

Giovanni Mariotti riordina e «conclude» gli appunti inediti del suo ex compagno di banco, Fabrizio Puccinelli, morto nel 1992

Dispiace dire che Moravia aveva ragione. Dispiace davvero. Ma per quanto riguarda Valentino Zeichen ci aveva azzeccato, paragonandolo a Marziale sul Corriere della Sera. Le affinità tra il poeta latino e il poeta romano erano già note ma solo adesso che Zeichen ha pubblicato Neomarziale (Mondadori) c’è l’occasione di studiare a fondo una parentela che a dispetto dei duemila anni di distanza si rivela molto più stretta del previsto. Anche con incredibili coincidenze. Intanto Zeichen sta frugando in un sacchetto di plastica trasparente pieno di ritagli, è alla ricerca della prova, il reperto cartaceo contenente il prezioso giudizio. «Fa lo stesso - gli dico vedendolo in difficoltà - non sono come Tommaso, credo anche senza vedere». Lui inforca gli occhiali (a 68 anni è il minimo) e insiste: «Io ho il culto dell’avvocatura, ogni affermazione dev’essere documentata». Ci tiene a non passare per millantatore. Finalmente dopo lungo lavorio estrae la pezza d’appoggio sotto forma di articolo ingiallito, datato 15 novembre 1987. È la recensione di Museo interiore: Moravia scrive di avervi percepito «un’eco di Marziale nella Roma moderna».
La fierezza dimostrata nell’esibizione del documento contrasta con la modestia (l’estrema modestia) dell’ambiente: una baracca sulla via Flaminia con pareti non troppo solide e tetto non troppo impermeabile (in materiale ondulato). Ci siamo capiti benissimo: carmina non dant panem, «la poesia non dà pane». I problemi di tetto accomunano i due poeti, le cui vite possono ben dirsi parallele. Marziale ebbe la casa scoperchiata da una tempesta e un Napolitano dell’epoca ovvero un politico che a tempo perso scriveva poesie, Lucio Arrunzio Stella, gli regalò le tegole per smettere di bagnarsi. A Zeichen nessuno regala niente e il tetto precario gli è costato una donna. Nella poesia intitolata Lei racconta di quella fidanzata che, non credendo alla favola dei due cuori e una capanna, decise di lasciarlo dopo una notte di pioggia battente. Oggi il poeta ha una morosa nuova ma questa, forse saggiamente, preferisce abitare a casa sua che purtroppo è un po’ fuori mano, a Rennes, in Bretagna. Si sono conosciuti qui a Roma, a una festa. Mi mostra la sua foto con ancora maggiore orgoglio dell’articolo di Moravia: in effetti è giovane e bella, si chiama Mireille. Né Zeichen né Marziale si sono costruiti una famiglia e chissà se la vita solitaria, un po’ randagia, gattesca, è la causa o l’effetto del disperato cinismo di entrambi. Certo la scarsità di quattrini non avrà giovato. «Sono povero, è vero, o Callistrato, e sempre lo fui,/ ma non oscuro», scrive Marziale che nei momenti di magra poteva consolarsi con la stima dei colleghi, da Giovenale a Plinio, e l’incrollabile certezza nella gloria postuma.
Anche Zeichen da questo punto di vista non può lamentarsi e infatti non si lamenta. L’attenzione non gli è mai mancata, lo dimostra sia il sacco pieno zeppo di ritagli sia la brillante carriera editoriale: tre anni fa pubblicò l’opera omnia negli Oscar Mondadori, adesso c’è questo nuovo libro che certamente andrà bene come gli altri o forse anche meglio, magari per la splendida foto di Olivo Barbieri scelta dal mago delle copertine italiane, Antonio Riccardi. Bene come può andare bene un libro di poesia, sia chiaro. Non disponendo di altre fonti di reddito, diventa vitale l’esiguo gettone di presenza che assessorati e biblioteche gli concedono in occasione delle letture pubbliche. In media 200 euro. Non ci sono più i mecenati di una volta. Anche Marziale avrebbe potuto dire la stessa cosa, essendo arrivato a Roma molti anni dopo la morte del ricchissimo politico etrusco che dà il nome alla categoria: Gaio Clinio Mecenate, il generoso protettore di Orazio. Nella Roma di quel tempo un autore satirico anziché doni doveva aspettarsi guai, e con l’elezione dell’imperatore Nerva il poeta perse gli appoggi residui. Se ne dovette tornare in Spagna con la coda fra le gambe: il poeta più letto di Roma non aveva nemmeno i soldi per il viaggio, glieli dovette allungare Plinio il Giovane. La condizione di provinciali inurbati ha pesato su entrambi ma in misura diversa: Marziale era venuto nella capitale di spontanea volontà, Zeichen vi fu spinto dagli slavocomunisti che il 3 maggio 1945 conquistarono la sua città, Fiume, ansiosi di riempire di italiani le foibe dei dintorni. Eppure tutti e due si sono ambientati presto, cogliendo ad esempio il classico topos della Cena Romana. Nei rispettivi canzonieri abbondano le poesie conviviali e su commissione: incenso ai padroni di casa e punture alle figure minori. «Seduttore agevolato/ dall’inclinazione all’usato» sono versi di Zeichen ma potrebbero benissimo essere di Marziale, specie nella traduzione di Guido Ceronetti. Il dongiovanni di bocca buona viene immortalato con tanto di nome e cognome. «Si è arrabbiato?» chiedo. «No, per niente», risponde lui mentre si rade la barba nel cucinino (in bagno non c’è luce), poco prima di uscire per andare a vedere la partita della Lazio da un amico (in baracca non c’è televisione).
Abbiamo fatto l’ora dell’aperitivo, bisogna parlare dell’amicizia dei nostri due eroi per il vino. Marziale è arrivato a scrivere che da sobrio non valeva nulla. Zeichen, meno modesto, a pagina 53 dell’ultimo libro racconta di quando (a casa di Barbara Alberti) si scolò quasi da solo una bottiglia di champagne allo scopo di alzare ulteriormente il proprio quoziente intellettuale. Infine un consiglio all’amico lettore: non solo le vite, anche le opere dei due poeti vanno assunte in parallelo. Sto parlando di libri e non di droghe, eppure è un’esperienza stupefacente. Leggendo gli Epigrammi e subito dopo Neomarziale (o viceversa) il tempo rallenta fino a fermarsi e la decadenza romana si percepisce eterna, come è molto probabile che sia.