Zeman: «Sapevo di tornare. Scusate il ritardo»

RomaTredici anni fa (era la fine di maggio) Zdenek Zeman diresse l’ultimo allenamento a Trigoria. L’addio ai colori giallorossi arrivò con la delusione di chi non capì il cambio di rotta di Franco Sensi. Il patron della Roma scelse Capello perché voleva vincere e perché «il nuovo mister riceve più rispetto da parte del Palazzo...». Dopo il lungo esilio (dal centro sportivo romanista, non certo dalla Capitale dove in molti gli chiedevano di tornare, anche i tifosi laziali) tra qualche successo e svariati fallimenti, è rientrato alla base.
«Scusate il ritardo, non è stata colpa mia, ma sapevo che sarei tornato. C’è scritto in qualche interrogatorio del 2006 che ero abbastanza vicino, però non si poteva... », l’esordio nella conferenza stampa di Trigoria. Dove la stampa gli ha dato un caloroso bentornato e ha salutato con applausi (solito atteggiamento provinciale davanti a battute o estemporanei risultati positivi) la nuova era Zeman. Fuori dai cancelli l’entusiasmo di un gruppo di tifosi di tutte le età (i bambini presenti chiedevano ai papà «ma chi è Zeman»?) salutati dal boemo.
Era un personaggio scomodo e forse lo sarà ancora. Tanto che Franco Baldini, che ci ha tenuto a chiarire che non è una seconda scelta («lo volevamo nella passata stagione nel settore giovanile, ma poi arrivò il Pescara e lui ha fatto divertire e innamorare una città»), avrà il suo daffare per trattenere l’impeto combattivo dell’uomo di Praga. Già sulla linea del club di non criticare l’operato degli arbitri che Zeman non condivide affatto. «Penso sia sbagliato, ma io sono un dipendente e obbedirò», così il boemo senza peli sulla lingua che ha subito richiesto Edu Vargas del Napoli.
Sulla sponda romanista del Tevere è ancora febbre-Zeman, usata per esorcizzare parecchi vuoti (il progetto Luis Enrique fallito, la prima stagione fuori dalle coppe dopo 15 anni, la società costretta a un aumento di capitale di 50 milioni di euro, la supremazia cittadina a sfavore da due anni) e riempirli con un personaggio feticcio, la cui unica garanzia rimane però la fedeltà a se stesso. Una dote che lo ha fatto diventare un mito, proprio perché sconfitto e allontanato dal calcio che conta.
Insomma l’uomo anti-casta da riportare al più presto in serie A: c’è chi lo definisce l’allenatore del popolo incazzato, l’uomo giusto per un mondo del calcio senza soldi e con gli stadi vuoti. «Oggi il calcio non è più credibile, noi vogliamo dimostrare che il calcio si può fare con fair-play rispettando tutti», il messaggio del boemo. Che ha accettato, cosa insolita, un contratto biennale. D’altronde ha chiaramente detto che questo era l’ultimo treno importante.
«Spero che dopo questa stagione calcistica, i tifosi saranno felici come ora, anche se mi conviene dire che sono cambiato, in generale però vorrei che la mia squadra riuscisse a dare delle emozioni. Se sono tornato per vincere? Nessuno fa questo mestiere per perdere, ci si deve provare e crederci». La chiusura, ovvia, su Totti: «Mi aspetto che faccia il calciatore, lo gestirò come il resto della squadra». L’ultimo dribbling di uno a caccia di rivincite. Anche se lui lo negherà sempre.