Dalla A a Zena, ecco il Dizionario del Genoano

Diciamolo subito, 376 pagine non potevano bastare. Proporsi di scrivere il «Dizionario del Genoano» è come pensare che la Federcalcio chieda scusa al Genoa. Ecco perché Carlo e Alberto Isola hanno si sono giustamente imposti delle scelte. Qualcuna magari anche non voluta. Perché ad esempio era lecito attendersi che dopo «Samo preko...» (boh, parole pronunciate da un grande portiere serbo) il vocabolo immediatamente successivo in ordine alfabetico sia Sampierdarena (e poi dopo ancora San Giorgio), definita semplicemente «località del ponente genovese», con un unico rapido accenno alla sua società calcistica che venne «autoritariamente sollecitata a unirsi con l’Andrea Doria» finendo per essere «sempre riconosciuta legittima rappresentante del Ponente cittadino». Piuttosto poi, pagina 319 segna una pietra miliare del «Dizionario», potrebbe esserci tutto in poche righe. La terz’ultima voce recita «Solo chi cade può risorgere» («Verità sacrosanta -chiosano gli autori - ma non sempre ci si riesce, e comunque non si sa quanto tempo ci si impiega (...) Detto in confidenza, ne abbiamo piene le palle di risorgere»). La penultima voce aggiunge un proverbio che neppure un saggio cinese con un pizzico di rossoblù nel sangue avrebbe potuto pensare meglio: «Solo chi risorge può cadere di nuovo». Ci fosse anche «Solo chi soffre impara ad amare», con tutto quel che ne seguiva, la storia del Genoa ci sarebbe proprio tutta. Una storia naturalmente nata il «settesettembre», ma chi non ha il «Dizionario» edito da De Ferrari (14 euro) magari non sa che oltre a quello del 1893 ci sono altri «settesettembre» storici, come quello del 1930 quando a Montevideo nasceva «el Pardo» Abbadie, o quello di 35 anni dopo, che dava i natali, vicino Praga, a Thomas Skhuravy.
Tra le centinaia (o migliaia?, boh, impossibile contarle) di voci non mancano certo tutti i protagonisti di 113 anni di storia del calcio in Italia. E poi c’è tutto quello che si dice ogni giorno, compreso il verbo «sbulaccare», che, detto letteralmente di un qualsivoglia contenitore (bölacco) può stare per «traboccare incontenibilmente». E, osservano Carlo e Alberto Isola, «in quest’ultimo senso, riteniamo, Brera affermò che la Nord - e sovente il Ferraris tutto - “sbulacca tifo”». Si passa dalle impertinenti definizioni per Stellini e Stellone (quest’ultimo però non inteso come Roberto, ma quale sinonimo di fato, destino, buona sorte) a quelle solenni ed emozionanti per Gorin, Signorini, Scoglio. Ah, qual è l’ultima lettera dell’alfabeto? La «Z» di Zena, «nella nostra lingua indifferentemente Genova o Genoa. Tutto lì».