Zidane: «Io a Berlino cacciato giustamente»

Tre anni dopo, la confessione. E il pentimento. Zinedine Zidane parla ai lettori di France Football, ritorna sulla testata a Materazzi, ammette di avere commesso un errore fatale, non entra nei dettagli, non spiega la provocazione ma abbassa la testa, non per colpire nuovamente il difensore azzurro: «Buffon fece bene ad avvisare l’arbitro del mio atto, non so come avrei vissuto, con quale coscienza, se fossi rimasto in campo dopo quell’episodio e se la Francia avesse vinto il titolo mondiale, anche perché quella sarebbe stata comunque la mia ultima partita e la mia immagine ne sarebbe uscita ancora più macchiata. Avrei vissuto male. È stato un bene ricorrere alle immagini della moviola».
Dal colpo di testa al colpo di mano, elementare, Henry, un collega suo dei tempi che furono, protagonista dello spareggio con la Repubblica d’Irlanda con un gesto proibito che ha portato al gol di Gallas e alla qualificazione dei francesi a danno degli irlandesi: «Titì non può vantarsi di quel gesto ma è una cosa diversa dalla mia, si è trattato di un fatto di gioco, punto e basta. Piuttosto è incredibile vedere giocare così la Francia nonostante possa schierare un gruppo di giocatori importanti...». Stavolta il colpo arriva al fegato di Raymond Domenech (a Parigi si parla di un manager che andrà ad affiancare il cittì francese per i prossimi mondiali).
Zidane, dunque, a differenza di Diego Armando Maradona ammette, confessa, non parla di “testa di Dio”. Nonostante le immagini televisive e le mille fotografie, il campione argentino se la cavò e se la cava ancora con la frase ad effetto, seguendo la sua infantile arroganza (sudamericana). Zidane sa di non poter trovare alibi, denuncia, anche se diluita nel tempo, una sorta di atto di dolore che lo restituisce definitivamente al tempio dei grandissimi del football.
Il pensiero e le parole del francoalgerino erano state strumentalizzate, e mal tradotte come spesso accade, nelle scorse settimane, come se si trattasse di un attacco alle posizioni sulla moviola in campo espresse da Michel Platini. Nessun contrasto, Zidane lo ha ribadito: «Sì alle immagini filmate ma soltanto per episodi gravissimi di comportamento, non per episodi di gioco, altrimenti il calcio finirebbe».
Tesi parallele, dunque, senza trascurare che Thierry Henry ha già ammesso la propria colpa, ha addirittura detto che la partita con gli irlandesi andava ripetuta ma ha aspettato la definitiva sentenza della Fifa, contraria al bis, per vestirsi da angelo del presepe calcistico e fare la figura del candido romantico, innocente.
Resta il problema centrale: l’uso, da parte dell’arbitro e dei suoi collaboratori, delle immagini televisive durante lo svolgimento della partita. Inutile coinvolgere altre discipline sportive che da tempo ricorrono alla moviola per risolvere i dubbi degli arbitri. Rugby, pallacanestro, tennis hanno altra storia, altro “pubblico”, altra dimensione mondiale anche se il gioco del football non può ritenersi estraneo alle evoluzioni tecnologiche. Le quali, tuttavia, hanno preso, specialmente in Italia, uno spazio eccessivo nella lettura di una partita di calcio. Vengono vivisezionate anche le rimesse laterali, i calci d’angolo, le impercettibili deviazioni di coscia, oltre a decodificare il labiale di calciatori, arbitro, quarto uomo, dirigenti e, prossimamente, raccattapalle. L’arbitro che era cornuto e venduto oggi ha perso il primo aggettivo, comune alla maggior parte degli astanti, ma ha conservato la seconda qualifica, come dimostrano fatti recenti, non soltanto nel gioco del pallone. In attesa che gli arbitri decidano di parlare, di spiegare le loro decisioni e di ammettere uno sbaglio, Zidane ha ammesso un errore grave, Henry ha confessato in tempi utili per lui mentre Maradona fa ancora fatica a riconoscere un figlio. E ringrazia l’assenza della prova tivvù.