Zimbabwe, la farsa del dittatore Mugabe

Oggi al ballottaggio è lui l’unico candidato. Continuano le violenze

Avanti, avanti ancora. Avanti a testa bassa e a muso duro. Avanti checchè ne dicano il vecchio Nelson Mandela, il resto d’Africa e il mondo intero. Avanti verso un voto farsa, verso un ballottaggio senza contendenti. Avanti verso l’ennesimo sopruso che amplificherà, moltiplicherà, suggellerà la sua tirannia. Ma Robert Mugabe se ne frega. Annuncia d’essere «pronto a discutere con l’opposizione», finge di dar ascolto al segretario di Stato americano Condoleezza Rice che auspica l’improbabile formazione di un governo di unità nazionale, ma tira dritto per la sua strada. La solita. Quella della repressione brutale, del più dispotico potere personale.
Sul ballottaggio di oggi tutto è già deciso e Mugabe lo ripete aizzando i sostenitori riuniti a Chitungwiza a sud di Harare. «Alcuni fratelli africani ci invitano a posticipare il voto e a violare le nostre stesse leggi, ma noi non possiamo accettare, noi rispettiamo le leggi» – chiosa il dittatore 84 enne, travisando a puntino le parole dei leader di Swaziland e Tanzania che gli chiedono a nome di tante nazioni dell’Africa australe di bloccare il ballottaggio presidenziale fissato per quest’oggi. Lui non si sogna neppure di dargli retta. Per mesi i suoi servizi di sicurezza hanno perseguitato e intimidito Morgan Tsvangirai, l’ex sindacalista che a marzo l’umiliò trionfando al primo turno delle presidenziali. Per cinque volte consecutive i suoi sgherri hanno arrestato l’oppositore a cui la commissione elettorale ha dovuto - nonostante i brogli - riconoscere una maggioranza relativa del 48%. Per mesi i suoi «bravi» hanno picchiato seviziato, violentato uomini e donne dell’opposizione uccidendo oltre 90 militanti del Movimento per il Cambiamento Democratico. Dunque pensare che dopo il voto di oggi si possa ancora negoziare è, fa capire Tsvangirai, pura illusione.
«Se Mugabe si dichiara vincitore e presidente non vi sarà più spazio per la trattativa anche perchè non ci resterebbe nulla da negoziare»- ripete il capo dell’opposizione. Del resto il suo ritiro, la sua fuga dentro l’ambasciata olandese per sottrarsi all’inseguimento delle squadracce di stato, sono la logica conseguenza della campagna di persecuzione voluta e ordinata dal dittatore. Inutile dunque aspettarsi passi indietro. «La gente andrà a votare, indietro non si torna» – promette il ventriloquo vice ministro dell’informazione Bright Matonga. E Mugabe trasforma quell’impegno in una sfida al novantenne Nelson Mandela, al resto d’Africa, a sua Masta Britannica e all’America di George W. Bush. Il simbolo della lotta all’apartheid definisce la sua leadership un «tragico fallimento», il resto d’Africa lo supplica di mollare, Sua Maestà Britannica gli toglie il cavalierato, la Casa Bianca lo invita a rinunciare alla «messinscena» del voto, ma l’incrollabile Robert Mugabe non fa una piega.
«So che un po’ di gente è pronta ad attaccarci, ma voglio proprio vedere chi oserà alzare un dito contro di noi – dichiara annunciando la partecipazione all’incontro dell’Unione Africana convocato al Cairo la prossima settimana – le nostre elezioni sono e saranno libere». Come dargli torto. Visto il clima di diffuso terrore le urne e le strade oggi saranno senz’altro libere. Libere da oppositori, libere da comuni cittadini, libere da chiunque possa auspicare di bloccare la solitaria cavalcata del tiranno verso la sua solitaria riconferma.