Zimbabwe, i soldi valgono poco: i ladri si rifiutano di rubarli

Una bancarotta senza fine: inflazione al 100mila%. Un caffè costa 300 euro, una Coca vale un’auto nell’unico Paese dove i milionari fanno tutti la fame

La prima cosa che devi fare se vivi qui è correre. Non importa se sei leone, una gazzella o un somaro qualsiasi. Devi darti una mossa e basta. Perché se putacaso entri in un supermercato e ti pigli una birra dallo scaffale, a un euro e mezzo, ora che arrivi alla cassa, se non ti sbrighi, ne costa quasi tre. E guai a te se ti fermi in un bar per un caffè: costa quasi 300 euro e prega il tuo dio che il cameriere non perda tempo a chiacchierare con la cassiera. Qui è tutto così: tremila euro una bottiglia d’olio d’oliva e se vuoi una lattina di Coca Cola devi dare dentro la tua automobile. Faresti pure un affare perché la benzina non c’è e per illuminare le strade ci sono al massimo le torce, quelle di fuoco, di una volta. In compenso puoi berti tutta l’acqua che vuoi, se le bottiglie te le porti dall’Italia perché qui non le fanno di certo.

Benvenuti nello Zimbabwe, tra il Sud Africa e il Mozambico, il posticino che fa per voi, ai confini della realtà, l’unico posto al mondo dove i milionari sono dei morti di fame. L’Ufficio centrale di statistica ha calcolato appena ieri il tasso ufficiale d’inflazione e scoperto un nuovo record mondiale, il 100.000%, dati del gennaio scorso. Solo a dicembre era del 66.213%, praticamente i prezzi sono aumentati di una cosuccia come il 120 per cento. Pensare che qui, nel paradiso di miliardari nullatenenti, il denaro non esiste più. O meglio per pagare le tue cose devi girare con delle valigie piene di banconote che valgono così poco che i ladri si rifiutano di rubartele anche perché cambiano quotazione almeno cinque volte al giorno: per un dollaro americano ti rifilano al momento più o meno 40mila zim dollars, al momento però perché tra un’ora, se non ti sbrighi, cambia tutto. Se all’inizio del mese sei così fortunato da avere mille zim dollars in tasca di stipendio, sappi che alla fine, anche se non ne spendi uno di uno, te ne ritrovi a malapena centoventi. Sempre che tu non faccia parte di quell’ottanta per cento di popolazione che non ha lavoro.

Per risolvere il problema da queste parti hanno tentato mille soluzioni stando ben attenti però ad evitare di trovare quella giusta: la Banca Centrale ha svalutato la moneta introducendo persino banconote da 10 milioni di zim dollars ma il problema è che le banche non hanno liquido, al massimo possono concedere un paio di euro a correntista, ma se li vuoi ti devi mettere in fila per giorni; il governo ha imposto il blocco dei prezzi e la gente, quella poca che può, ha smesso di lavorare e dai negozi è sparita ogni merce. Se i soldi non hanno più valore e in giro non c’è niente da comprare che senso ha andare a lavorare? In compenso per Natale salumerie, panifici e macellerie le hanno disegnate sui muri. Così, tanto per sbatterci contro la testa.
Pensare che una volta lo Zimbabwe non era così, aveva persino un altro nome, Rhodesia, ed era un paradiso, il granaio dell’Africa tutta, uno dei Paesi più ricchi e istruiti del continente nero. C’era la vergogna dell’apartheid, il razzismo come legge, ma adesso se possibile, c’è di peggio. L’inflazione al 20mila per cento, cinque milioni di persone denutrite, su una popolazione di undici, fame e malaria che fanno stragi dove non arriva l’Aids che infetta 500 persone al giorno, un vecchio qui ha 36 anni, quasi nessuno arriva a 37. E il razzismo è rimasto, ma un razzismo alla rovescia del nero sul bianco.
L’uomo che ha inventato questo Paese alla rovescia è Robert Mugabe che giusto oggi, lui che può, compie 84 anni e tra poco più di un mese, il 29 marzo si ripresenta alle elezioni, regolari come banconote false che qui quasi quasi valgono più di quelle vere. È questo macellaio nazionalcomunista, educato nelle scuole missionarie e bandito dall’Europa, che ha capovolto lo Zimbabwe e trasformato in prigione. È stato lui ad espropriare i bianchi della terra per regalarla ai neri, 7 milioni di ettari, i tre quarti della superficie agricola, facendoli fuggire, erano 300mila trent’anni fa, ora sono meno di 19mila; è stato lui a fare pulizia etnica di migliaia di tribù ostili, ed è ancora lui, dalla sua residenza con venticinque camere da letto, a spartirsi ogni bottino con la sua cosca di amici e parenti. Perché qualcosa vende ancora: oro, platino, diamanti, rame e cobalto a Cina, India e Iran. E gli animali ai turisti che portano i soldi che servono al padrone di casa e fanno il tutto esaurito nei ristoranti di lusso: in tre anni è sparita metà della fauna selvatica, venduta ai safari. L’unico animale rimasto tra un po’ sarà solo Mugabe.