Zimbabwe, il leader dell'opposizione si rifugia in ambasciata

Morgan Tsvangirai si è rifugiato nell’ambasciata olandese di Harare per sfuggire alle persecuzioni della polizia di Mugabe

Harare - Dopo che il leader dell'opposizione, Morgan Tsvangirai, ha abbandonato la corsa alla presidenza dello Zimbabwe in segno di protesta contro le intimidazioni subite, la polizia ha fatto irruzione nel quartier generale del partito Movimento per il cambiamento democratico (Mdc). Immediata la fuda di Tsvangirai che si è stato costretto a rifugiarsi nell’ambasciata olandese di Harare.

La fuga in ambasciata La notizia è stata confermata anche dal Ministero degli Esteri olandese: Tsvangirai avrebbe fatto il suo ingresso nella sede diplomatica poco dopo una retata della polizia nella sede dell’Mdc. Il portavoce dell’opposizione, Nqobizitha Mlilo, non ha fatto alcun commento invitando i giornalisti a rivolgersi alle autorità olandesi. Dopo settimane di intimidazioni e violenze contro gli attivisti dell’Mdc, Tsvangirai ha deciso di rinunciare a presentarsi candidato al ballottaggio delle presidenziali, fissato per venerdì: il governo del presidente uscente Robert Mugabe ha invece intenzione di far svolgere la consultazione e ha invitato i suoi sostenitori a continuare la campagna elettorale.

La condanna di Ban Ki Moon Dopo il ritiro del capo dell’opposizione dal secondo turno delle elezioni presidenziali nello Zimbabwe, il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ha espresso da New York il suo "profondo rammarico" e ha condannato fermamente l’atteggiamento dei sostenitori del presidente Mugabe che sono riusciti a scoraggiare i loro avversari a forza di violenze e indimidazioni. In un comunicato diffuso dal suo gabinetto, Ban Ki-moon ha dichiarato che è profondamente rammaricato del fatto che, malgrado i ripetuti appelli della comunità internazionale, il governo dello Zimbabwe non ha garantito le condizioni necessarie all’organizzazione di un secondo turno libero e equo dell’elezione presidenziale.

La "ritirata" di Tsivangirai Il leader del Movement for a democratic change (Mdc), il partito d’opposizione al regime di Robert Mugabe, ha ritirato ieri sera la sua candidatura al ballottaggio di venerdì in segno di protesta contro le intimidazioni subite. "Nelle attuali circostanze", ha osservato Tsvangirai, è "impossibile" uno svolgimento delle operazioni di voto "libero e regolare": c’è un "complotto ordito dal regime" per fare sì che sia il presidente uscente ad aggiudicarsi la consultazione del 27 giugno. "Mugabe ci ha dichiarato guerra", ha aggiunto, "affermando che il proiettile ha sostituito la scheda". Da Mugabe non è arrivata alcuna risposta diretta alle accuse del rivale, che lo ha già battuto la primo turno, il 29 marzo, ma che non ha raccolto la maggioranza assoluta dei voti necessaria per vincere. Il ministro della Giustizia, Patrick Chinamasa ha però avvertito che se Tsvangirai non formalizzerà il suo ritiro alla Commissione elettorale centrale l’elezione avrà comunque luogo.

La preoccupazione in Occidente Ieri sera è intervenuto il presidente sudafricano, Thabo Mbeki, il quale ha esortato Mugabe e Tsvangirai ad avviare un dialogo. Mbeki, che funge da mediatore regionale, ha auspicato che la leadership dello Zimbabwe tenga aperto il negoziato per arrivare a un "accordo" con l’opposizione e ha assicurato che il Sudafrica "incoraggerà" le parti a trovare una soluzione alla crisi. Molto dure, invece, le condanne della comunità internazionale. Il capo della diplomazia europea, Javier Solana ha definito "comprensibile" il ritiro di Tsvangirai dal ballottaggio che ormai è solo "l’imitazione di una democrazia". Il presidente francese Nicolas Sarkozy ha, invece, condannato "la campagna di violenze" perpetrate dal regime di Robert Mugabe ed ha accusato le autorità di essere "responsabili" della rinuncia di Tsvangirai. Parigi "non accetterà - si legge in una nota dell’Eliseo - formule non conformi alla volontà popolare", non in grado «di esprimersi attraverso le urne in un voto libero, equo, aperto e trasparente». Ferma la Casa Bianca che ha chiesto al governo di Mugabe di bloccare "i suoi teppisti" e di "arrestare immediatamente le violenza. Tutti i partiti dovrebbero poter partecipare ad elezioni legittime e non essere soggetti a intimidazioni e azioni illegali del governo, di milizie armate e di sedicenti ex combattenti". Ancora più intransigente la reazione dell’ex potenza coloniale, la Gran Bretagna. Per il ministro degli Esteri, David Miliband, Mugabe "non può più essere considerato come un leader legittimo dopo l’annuncio della rinuncia dell’opposizione".