Zimbabwe, scatta l’operazione «Dito rosso»

Il risultato è scontato, la vendetta pure. Oggi, con tutta probabilità, Robert Mugabe si autoproclamerà presidente dello Zimbabwe per l’ennesima volta. E domani, dopo aver giurato, volerà in Egitto per riprendere il suo posto al fianco dei leader africani che nei giorni scorsi hanno osato mettere in dubbio la legittimità di un ballottaggio senza contendenti.
Ma il popolo dello Zimbabwe conosce Robert Mugabe da 29 anni e non si fa illusioni. Sa che il tiranno 84enne non si accontenterà di sfidare i suoi omologhi africani. Non si accontenterà d’aver evitato, grazie all’appoggio sudafricano, un esplicito voto di condanna del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
A Mugabe vincere non basta. Prima ancora di veder proclamato il proprio scontato trionfo, prima ancora di tornare a sedersi sulla sua ormai logora poltrona presidenziale, ha già dato ordine ai veterani e alle squadracce di regime di punire gli oppositori. La vendetta del tiranno, il secondo atto del ballottaggio farsa andato in scena venerdì nonostante il ritiro del leader dell’opposizione Morgan Tsvangirai è già stato battezzato «operazione dito rosso».
Con l’avvio di quella operazione la farsa diventa terrore, si trasforma in una gigantesca battuta di caccia per identificare chi non ha intinto i polpastrelli nell’inchiostro rosso utilizzato ai seggi per identificare i votanti. Il marchio adottato per impedire il doppio voto, serve ora a riconoscere chi è andato a votare per il candidato unico Robert Mugabe e chi invece, dopo il ritiro del rappresentante dell’opposizione Morgan Tsvagirai, ha preferito chiudersi in casa e aspettare. Ora quell’attesa si allunga, si trasforma in angoscia e inquietudine.
«Gli uomini di Mugabe, i veterani e gli altri hanno promesso di venire casa per casa per cercare chi non ha votato» racconta ai giornalisti inglesi lo spaventato Nyasha, abitante di Epworth, una cittadina dove al primo turno delle presidenziali il candidato dell’opposizione sbaragliò Mugabe. «Ci hanno detto che se troveranno qualcuno senza dito rosso lo bastoneranno a sangue e poi gli distruggeranno la casa».
I dito rosso da solo non è garanzia di salvezza. Chi ha avuto l’ardire di votare Tsvangirai rischia di venir rintracciato dalle squadracce paramilitari che in molte occasioni hanno fatto irruzione nei seggi costringendo i votanti a trascrivere il numero della propria tessera elettorale sulla scheda prima di deporla nell’urna. « I veterani della guerra d’indipendenza ci aspettavano fuori dai seggi e ci costringevano a trascrivere il numero di serie sulla scheda. Poi annotavano nome e indirizzo su un libretto d’appunti», raccontano altri testimoni.
Questi e altri resoconti non sono bastati a far saltare la copertura diplomatica offerta dal Sudafrica, e in primo luogo dal suo presidente Thabo Mbeki, al regime di Mugabe. Venerdì i rappresentanti del Sudafrica al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite hanno bloccato la mozione che puntava a dichiarare l’illegittimità del ballottaggio attraverso un voto all’unanimità.
Un gesto di spudorata complicità con il regime di Harare che ha innescato lo sdegno di Morgan Tsvangirai e di tutti gli altri leader dell’opposizione. «Il balletto a cui abbiamo assistito ai vertici degli organismi internazionali finirà con l’alimentare la repressione», avverte il portavoce del Movimento per il cambiamento democratico. Il suo leader Morgan Tsvangirai ha invece sparato a zero su quel presidente africano accettato mesi fa come mediatore tra il governo ed opposizione. «Mbeki ha definitivamente abbandonato al proprio destino lo Zimbabwe e ha accettato di trasformarsi nell’ultimo difensore di un regime canaglia».