Zingonia, ecco la città simbolo dell’integrazione impossibile

nostro inviato a Zingonia (Bergamo)

Vorrei sottoporre all'attenzione nazionale una bella storia d'integrazione. Bella non tanto perché abbia un lieto fine, con l'idilliaca armonia multietnica che piace tanto ai pensatori chic dei talk-show illuminati, ma bella perché rappresenta la realtà vera e cruda di un problema tuttora enorme e insoluto, alla faccia di chi la fa sempre facile e poetica.
Il luogo è Zingonia, un agglomerato a pochi chilometri da Bergamo, sorto negli anni Sessanta più che altro come aspirazione megalomane di una certa ingegneria palazzinara dell'epoca. Là dove si volevano grattacieli e viali post-moderni, con chiare ascendenze americanoidi, ora si contempla un affresco desolante di degrado, squallore e malavita. Converrà ribadire e sottolineare le coordinate geografiche, perché si comprenda bene il significato della vicenda: siamo nel cuore della Lombardia, la regione locomotiva d'Italia, una delle più evolute a livello mondiale.
Eccoci al clamoroso: qui, proprio qui, interi palazzi sono senz'acqua e senza riscaldamento. Da mesi. Il problema è semplicissimo: le aziende hanno tagliato le forniture. È la conclusione di un circolo vizioso surreale: gli inquilini non pagano le spese condominiali, gli amministratori non pagano le bollette. Così, dopo molti avvertimenti e inutili minacce, l'epilogo incredibile: in alcuni palazzi il taglio dell'acqua, in altri addirittura del metano. Con il gelido inverno della Bassa ormai insediato, la gente si arrangia tra stufette e coperte termiche. Come nei periodi di guerra, in un altro secolo, in un tempo che si credeva chiuso per sempre.
Ho detto però che questa è un'istruttiva storia di integrazione, non di spiacevoli intoppi idraulici. È ora che mi spieghi. Tutto molto lineare: nati come palazzi di pregio, col passare degli anni questi edifici hanno vissuto dentro i propri appartamenti l'intricata storia del nostro cambiamento sociale. Molti italiani se ne sono andati, molti stranieri sono subentrati. Ovviamente, tra questi ultimi, non tutti onesti lavoratori e mansuete persone. Un giorno dopo l'altro, così, le tensioni e il disagio. Perfettamente simbolica la realtà della «4 Torri»: 144 appartamenti acquistati come signorili, oggi penosamente senza riscaldamento. Conti non pagati per 600mila euro. Risultano in regola 15 famiglie, quasi tutte italiane. Ovviamente, sono le più depresse e le più esasperate: siamo al freddo perché gli altri non pagano, dicono, dov'è la giustizia?
Bisognerebbe invitare in zona i benpensanti dell'accoglienza a tutti i costi, senza se e senza ma. Poi andrebbe chiesto loro se davvero noi italiani dal cuore d'oro, che non diciamo mai no a nessuno, che siamo famosi per la nostra flessibilità, che ci vantiamo della nostra umanità, possiamo esibire il nostro modello di integrazione. Osserviamolo compiuto, questo modello: locali inferociti, stranieri fuori regola, sfascio generale. È questo il concetto di umanità che andiamo vendendo in giro per il mondo? È questa l'idea di accoglienza e di integrazione che intendiamo proporre, con la nostra spocchia in odore di santità?
A Zingonia si può parlare di apartheid reciproco. Comunque di tessuto sociale lacerato in due. Italiani imbestialiti, stranieri isolati. Nessun dialogo, nessuna possibilità di costruire una comunità coesa. Diffidenza, risentimenti, odio. Interpellato da L'Eco di Bergamo, giornale della Curia che segue preoccupato l'evolversi della questione, l'amministratore condominiale delle «4 Torri» concede solo le iniziali: R. P.. Si sa mai, visto il clima. Le sue parole sono pietre: «La stragrande maggioranza delle famiglie è straniera. Gli italiani fanno quadrato per cercare una soluzione. Ma ce l'hanno con gli altri, perché quelli non pagano e ci fanno tagliare il metano». Ed è vero. Ci sono inquilini che hanno un arretrato di 11mila euro. Non ritirano nemmeno le raccomandate. Quando busso alle porte direttamente, mi ridono in faccia...».
Attorno, la pietosa cornice in simil-Scampia. Nei garage, moto e biciclette sfasciate, vecchie auto diventate rifugi notturni, cataste di immondizia. Nei solai, pure peggio: giacigli luridi, resti di cibo. Dicono gli inquilini che accettano di parlare: «È un viavai continuo di clandestini. Ogni giorno, ci sono una quindicina di sconosciuti che bivaccano indisturbati...».
Certo, in altre zone dello stesso territorio il colpo d'occhio è diverso. Ci sono rassicuranti esempi di integrazione riuscita. Bergamaschi che la domenica offrono polenta ai senegalesi, musulmani che a fine Ramadan offrono cous-cous ai pota-pota. Ma l'alchimia si è resa possibile nel rispetto delle regole. Nel rispetto reciproco.
In realtà come Zingonia, le babele erette senza controllo e senza criterio cominciano invece a presentarci il conto: acqua e metano tagliati, degrado umano, odio insanabile. Altro che orgoglioso modello italiano, «intanto venite tutti, poi una soluzione la troviam». No, non abbiamo titoli per metterci sul piedestallo e pontificare al mondo intero con la nostra arte dell'integrazione. Tuttalpiù, davanti al tragico spettacolo delle «4 Torri», possiamo dirci soltanto maestri in disintegrazione.