Lo zio di Abdoul: «Fermatevi, così rovinate il nostro corteo»

«Fermatevi sciagurati, così rovinate tutto». Quando ormai sembrava tutto perduto, e la città sul punto di trasformarsi in uno scenario di guerriglia è intervenuto lo zio di Abdul Samir Guibre. L’uomo correva da una parte all’altra del corteo per placare gli animi più accesi. E forse ha contribuito a non far degenerare una manifestazione nata sotto i migliori propositi: proclamare che tutti gli uomini, bianchi e neri, sono uguali.
Per i cinquemila e passa manifestanti che ieri hanno sfilato per Milano infatti «Abba» è stato ucciso non in una banale quanto tragica rissa, scaturita dal sospetto che avesse rubato l’incasso del bar «Shining», ma per «abbietti motivi razziali». E poco importa che il pm che sta conducendo le indagini non abbia contestato questa specifica aggravante. E così ecco tutti a gridare la loro rabbia, esponenti dei centri sociali il Cantiere ed Eterotopia, Fornace di Rho, il Barattolo di Pavia, Telos di Saronno e Magazzini 47 di Brescia, partiti comunisti e intellettuali vari. Cinquemila infatti non se li aspettava nessuno e difatti molti venivano da fuori Milano. Compreso anche circa 200 africani giunti con intenzioni piuttosto bellicose, che prendevano subito la testa del corteo. Tanto che alcuni organizzatori della manifestazioni si premuravano di avvertire i dirigenti della questura che loro non erano in grado di controllarli.
Così ecco la manifestazione procedere a strappi. Fermarsi e ripartire, perché improvvisamente i capipopolo gridavano a tutti di sedersi a terra. A San Babila i duecento africani piegavano per corso Vittorio Emanuele dove nel solito angolo dove si radunano i «rapper» era solito ritrovarsi anche «Abba». E così il resto della manifestazione poteva tranquillamente sorpassare il manipolo dei più agitati. Che già si davano a da fare allontanando a schiaffoni tutti quelli che, bianchi e neri, trovavano sul luogo caro all’amico ucciso.
All’angolo tra piazza Duomo e via Santa Margherita i «duri e puri» sfondavano il cordone di polizia e si davano ad atti vandalici. Inutilmente inseguiti dallo zio del povero «Abba» che cercava di calmarli urlando «Così rovinate la manifestazione». Ma chi lo ascoltava più ormai. Volavano per terra poliziotti e motorini, venivano devastate auto e arredo urbano. Nell’aria la paura che Milano si trasformasse in un’altra Castelvolturno.
Tra tensione e paura il gruppo degli africani, rinforzato da almeno duecento «antagonisti» proseguiva lungo via Manzoni, piazza della Repubblica, con la polizia che li teneva d’occhio senza intervenire. C’era infatti il rischio che in una carica potessero venire coinvolti innocenti passanti.
Con la tensione che si tagliava con il coltello, i quattrocento arrabbiati arrivano all’incrocio tra via Zuretti e via Parravicini, pronti a gettarsi sul bar «Shining». Ma trovavano ad attenderli un robusto cordone di forze dell’ordine. Piegavano allora a sinistra per prendere alla spalle la polizia, ma il numero degli uomini in tenuta antisommossa riportava tutti a più miti consigli. Anche perché in quel momento lo zio di «Abba» riprendeva a fare da mediatore, insieme a Rifondazione comunista e all’ala più moderata dei centri sociali. Alla fine una delegazione composta da zio Guibre e due amici di Abudl andava a pregare davanti allo «Shining». E tutto finiva senza ulteriori danni.