Zio Michele torna libero «Non fu lui a uccidere Sarah»

TarantoPrima orco, poi capro espiatorio, quindi solo e soltanto complice costretto a intervenire per coprire la famiglia ma incapace di reggere alla piaga del rimorso che gli ha corroso la coscienza. La parabola giudiziaria di Michele Misseri, l’agricoltore che dice tutto e il contrario di tutto ma forse ha comunque lasciato tracce di verità, per il momento si ferma qui: il contadino di Avetrana, zio di Sarah e personaggio chiave nell’inchiesta sull’omicidio della quindicenne, è stato scarcerato ieri sera dal gip del tribunale di Taranto, Martino Rosati. Il magistrato ha accolto la richiesta del suo avvocato, Francesco De Cristofaro, che ha presentato l’istanza per decorrenza dei termini. L’agricoltore, arrestato il 6 ottobre dopo un drammatico interrogatorio, è accusato di vilipendio e concorso in soppressione di cadavere: i sei mesi di custodia cautelare sono scaduti e ieri è tornato in libertà. In carcere rimangono sua moglie, Cosima Serrano, sorella della madre di Sarah, e sua figlia, Sabrina.
La notizia del ritorno in libertà di «zio Miché» si è abbattuta come un bufera su Avetrana, piccolo centro della provincia di Taranto devastato da una storia feroce, grappoli di case basse che spuntano tra una distesa di ulivi su cui incombono i fotogrammi di una tragedia infinita: la scomparsa e l’omicidio di Sarah, il pozzo della morte, il turismo dell’orrore, la gente che scatta le fotografie dinanzi a villa Misseri. E poi ancora: le voci e i sospetti che si rincorrono per i vicoli, le bugie e le mezze verità, i ragazzini che alzano le braccia al cielo ed esultano dopo un arresto. Ieri l’ultima svolta, il ritorno in libertà dell’uomo dalle pelle bruciata dal sole che fece trovare il telefono cellulare della quindicenne e poi si presentò alle telecamere in lacrime per dire che lui non ne sapeva niente, l’uomo con le dita sporche di terra che la sera del 6 ottobre, quando gli inquirenti lo portarono nella caserma dei carabinieri e lo esortarono a decidersi a parlare, almeno per dare sepoltura e un funerale alla nipote, rispose: «Alla contrada Mosca».
Tre parole per svelare l’unica autentica verità di questa storia: il cadavere era proprio laggiù, in quel fazzoletto di campagna inondato di luce, adagiato nell’acqua, in una cisterna interrata e coperta da pietre e foglie secche, là dove lui aveva nascosto il corpo senza vita della nipote per cancellare per sempre quel pomeriggio del 26 agosto, quando la quindicenne fu uccisa.
Zio Miché adesso è libero, dovrà presentarsi ogni giorno ai carabinieri per l’obbligo di firma. Ieri ha lasciato il carcere di Taranto poco prima delle sette e trenta della sera, quando davanti al grande cancello sostavano una ventina di curiosi che hanno deciso di rimanere laggiù fino a quando l’agricoltore, blue jeans e camicia a quadri, è uscito e si è infilato in un fuoristrada Toyota color grigio metallizzato: alla guida c’era un uomo, dietro la figlia Valentina. Qualche applauso, poi la macchina è subito schizzata via verso Avetrana e un’ora più tardi il contadino, con una busta tra le mani, ha varcato l’ingresso della sua villa di via Deledda, accolto da altri applausi della gente. In cella rimangono Cosima Serrano e Sabrina, che ieri sono comparse dinanzi al gip ma hanno deciso di non rispondere.
Gli inquirenti hanno ormai rivoluzionato lo scenario e la ricostruzione dell’omicidio. Sarah sarebbe stata uccisa in casa Misseri: sua cugina temeva che le potesse soffiare Ivano, il cuoco di cui era follemente innamorata, e in preda a una feroce gelosia l’avrebbe strangolata con una cintura sotto gli occhi della mamma Cosima, che non sarebbe intervenuta: per questo la donna è accusata di concorso morale nel delitto e giovedì scorso è stata arrestata. In quel momento l’agricoltore dormiva, moglie e figlia lo avrebbero svegliato intimandogli di portare il cadavere sulla sua auto attraverso una porta che conduce al garage, poi lui lo avrebbe abbandonato in campagna e il giorno dopo lo avrebbe gettato nella cisterna. A quel punto sarebbe cominciata una sistematica azione di depistaggio, tra proclami e fiaccolate, lacrime e appelli, e tante comparsate televisive indossando la maschera del dolore per celare una tragica verità sepolta nelle campagne tra Avetrana e San Pancrazio Salentino. Nell’inchiesta figurano migliaia di intercettazioni, molte sono conversazioni tra Michele Misseri e Cosima Serrano, che lo andava a trovare in carcere. E proprio in uno di questi colloqui, il 2 maggio, la donna gli disse: «Tu sei l’unico innocente, quando sarà ti fanno uscire e sei San Michele, il contadino di Avetrana».