Uno «Zio Vanja» sempre in bilico tra il riso e il pianto

L’atmosfera restituisce l’idea di una culla domestica dove il tempo scorre lento e tutto procede senza cambiamenti: tavolini, sedie, libri, il samovar per il tè, un’altalena intagliata di fiori e poi il suono languido di una chitarra che evoca rimpianti irrinunciabili. A fronte però di questo ambiente scenico sommesso e rituale, lo Zio Vanja di Cechov che Mario Prosperi presenta al Politecnico fino a domani sembra voler sottolineare soprattutto le storpiature parodistiche proprie non tanto della situazione quanto dei personaggi. A partire proprio dal ruolo del titolo (interpretato dal lui stesso), quel bonario uomo di campagna ligio al dovere e agli affetti che qui passa, con efficace policromia emotiva, dai grotteschi toni dell’inizio alla cupa mestizia dell’epilogo. In mezzo c’è una storia di vite vissute a metà, di relazioni parentali difficili, di delusioni irrimediabilmente cocenti. Una storia di azioni mancate, dove all’abulica immobilità di Vanja (che ha speso la sua esistenza ad amministrare il podere), della nipote Sonja (un’equilibrata Catia Assirelli), dell’anziana madre (Chiara Pavoni) e di altre figure di contorno risponde la spocchiosa, ma immeritata, ascesa sociale di Serebrjakov (Gabriele Tozzi), tronfio accademico ormai in pensione che (padre della giovane Sonia perché un tempo sposato alla sorella di Vanja, poi morta) si ritira in campagna con la seconda moglie, la bella Elena (Cristina Fondi), arrecando scompiglio al fragile equilibrio della famiglia. Non senza declinazioni passionali colme di ambiguità: sia l’amico medico Astrov (il bravo Massimiliano Carrisi) sia Vanja amano infatti l’affascinante donna e ciò non fa che complicare la convivenza. Solo la partenza della coppia alleggerirebbe la tensione, salita al massimo dopo che il professore dichiara di voler vendere la proprietà e dopo che Vanja, a tutta risposta, «tenta» di ucciderlo. La regia di Prosperi orchestra bene i conflitti tra i personaggi e riesce a sovrapporre in modo efficace commedia e tragedia. Ne deriva, pertanto, un dolente quadro di umanità attanagliata dalla noia e dal fatalismo più nocivi.