Zitti, parla Harpo Marx Le comiche avventure del più muto tra i comici

Conquistò il mondo dello spettacolo con i suoi fratelli, facendo il picchiatello. Ma non lo era

«Non sono lo scrittore o l'erudito che è Groucho Marx». A parlare, meglio a scrivere (anche perché non ha mai spiccicato una parola né sul palcoscenico né sul grande schermo), è Harpo, uno dei cinque fratelli Marx (gli altri sono appunto Groucho, Chico, Zeppo, Gummo) che, in seconda elementare, scappa dalla scuola senza mai tornarvi. Ciononostante la sua corposa autobiografia (356 pagine), il cui titolo non poteva che essere Harpo Speaks! (Harpo parla!, un po' come la frase di lancio di Ninotchka: «La Garbo ride!»), uscita ora per la prima volta in Italia per Erga Edizioni (16,90 euro) con l'impeccabile traduzione e introduzione di Martina Biscarini, è veramente sorprendente. Forse più di quella del fratello, Groucho e io, pubblicata in Italia da Adelphi nel 1997. Perché, come sottolinea nella prefazione il regista Maurizio Nichetti, «Harpo Marx, l'indimenticabile fratello muto, sembra starsene seduto in disparte». È proprio grazie a questo espediente, e alla collaborazione dell'esperto Rowland Barber (il quale collaborò a un'altra autobiografia famosa, quella di Rocky Graziano, Lassù qualcuno mi ama, trasformata nel film con Paul Newman) che diventiamo gli spettatori privilegiati di una fra le storie più rappresentative del sogno americano.

Una storia che inizia per Harpo nel 1893 a New York sulla 93ª strada, in una piccola isola di vicinato ebraico. I Marx erano molto poveri, ma per loro fortuna la mamma Minnie aveva un progetto: far salire su un palco i cinque figli. Harpo viveva in strada, «ero, secondo gli standard d'oggi, un delinquente minorile». Così tra il nonno che gli insegnava il tedesco (in Germania si esibiva da ventriloquo e mago) e gli leggeva la Torah, il ragazzo impara tutto ciò che serve: scommettere alle corse, guardare i Giants senza pagare, giocare a poker e a pinnacolo. Sempre per strada osserva un tale di nome Gookie che rolla sigari in una tabaccheria facendo facce buffissime, tirando fuori la lingua, gonfiando le guance, strabuzzando e incrociando gli occhi: «Negli anni, in qualsiasi pezzo comico teatrale o film abbia mai lavorato, ho sempre fatto almeno un Gookie». Poi i lavoretti più disparati fino all'assunzione come pianista in un bordello: «Le quattro prostitute della Taverna dei Giorni Felici sono state le mie prime fan». Intanto Groucho inizia ad avere successo nel vaudeville con Chico e Gummo.

Una sera serve il quarto uomo e mamma Minnie scaraventa Harpo sul palco: «Me la feci addosso, probabilmente il debutto più sfigato della storia». Mica tanto. Appena trasferiti a Chicago, i Fratelli Marx iniziano a essere riconosciuti e a girare mezza America. In Illinois un critico scrive che Harpo come mimo è perfetto, ma che «quando parla rovina ogni cosa». Da quel giorno «non ho mai più spiccicato parola come Fratello Marx». In cambio Minnie ha l'idea di far accompagnare i numeri di Harpo con l'arpa della nonna. Un successone. Lo stesso di quando Harpo inizia a far uscire dall'impermeabile fino a trecento coltelli e una caffettiera d'argento, o quando gli viene chiesto di tagliare le carte e lui usa letteralmente l'accetta. Nel 1924 si arriva al famoso debutto a Broadway con uno dei più importanti critici dell'epoca, Alexander Woollcott, che tesse le lodi di quel muto picchiatello del quale diventerà un grandissimo amico. Il resto è storia e racconta del successo incredibile dei Fratelli Marx a teatro negli Stati Uniti. Un successo che diventa mondiale con film geniali: Animal Crackers (1930), La guerra lampo dei Fratelli Marx (1932), Una notte all'opera (1935).

Nel '33 Harpo viaggia in Europa ma se ne va dalla Germania «il più velocemente possibile» dopo aver visto ad Amburgo una fila di negozi con la Stella di David. Viene allontanato dal Casinò di Montecarlo perché senza cravatta, ma ci torna con un calzino nero. Dell'Italia ricorda Roma come «una gran noia» e di Milano soltanto il bagno della Scala, per via dei problemi intestinali. Va meglio in Russia, anche se è impaziente di rivedere la Statua della Libertà: «Mi sembrò la sventola più bella del mondo». Un genio riconosciuto da grandi artisti come Artaud e Eliot. Dalí lo volle dipingere, Warhol intervenire sulle fotografie dei Fratelli Marx, Lennon scimmiottare Groucho in A Hard Day's Night. E sui muri del '68 parigino comparve la scritta: «Je suis marxiste, tendance Groucho» («Sono marxista, tendenza Groucho»). Ma Harpo, che si sposa tardissimo e adotta quattro figli oltre a innumerevoli animali, non si cura del successo perché, ricorda, «non ho mai scordato la povertà». D'altronde i suoi sogni più grandi erano mangiare rotelle di liquirizia e farsi grattare i piedi: «Per me un gran lusso, il top della bella vita».

Muore nel 1964 dopo una serie di problemi al cuore e nel testamento lascia la sua arpa allo Stato di Israele. Il suo marchio di fabbrica.