Zoeggeler in picchiata col terrore del caldo

In prova si è ribaltato: «Qui è impossibile non sbagliare»

Maria Rosa Quario

La sua Olimpiade sarà una toccata e fuga. Domenica sera avrà già finito. Sul podio, molto probabilmente, a che altezza non si sa. È il campione olimpico in carica, prima dell’oro di Salt Lake City 2002 aveva già vinto l’argento a Nagano nel 1998 e il bronzo, all’esordio olimpico, a Lillehammer, 12 anni fa. A gennaio ha vinto per la quinta volta la coppa del mondo, pochi giorni fa l’argento agli europei, ma nonostante tutto non si sente favorito.
Non c’è da stupirsi. A novembre, quando la squadra italiana di slittino aveva presentato la stagione olimpica, Armin Zoeggeler aveva dichiarato testuale: «Non chiedetemi nulla dell’Olimpiade e della quarta medaglia che potrei vincere, prima di tutto devo riuscire a qualificarmi». Non si trattava di falsa modestia, ma di realismo, o se preferite di rispetto per i compagni di squadra, di quei compagni che formano più che altro una grande famiglia, tutti per uno e uno per tutti, nel vero senso della parola. Lo slittino è uno sport in cui si vince e si perde per millesimi, in cui la messa a punto dei materiali è importante più del coraggio, in cui la sensibilità fa la differenza fra un campione e uno slittinista normale. «Io questa sensibilità l’ho sempre avuta, fin da bambino. Ho cominciato ad andare in slitta da piccolissimo. A Foiana, il mio paesino che si trova sopra Lana, vicino a Merano, abitavo in un maso sopra la chiesa, la strada era in discesa e quando nevicava non la pulivano mai. Era bellissimo, era un gioco, lo facevamo tutti assieme, io ero il più piccolo ma sempre il più veloce».
Ora Armin è cresciuto, è diventato un uomo, ha trovato una donna, Monika, e con lei fatto due figli, Nina e Thoma. «La famiglia è completa, stiamo bene così, non ho ancora avuto il tempo di sposarmi, magari un giorno lo farò. Se i miei figli hanno da mangiare va tutto bene, salute e felicità, non chiedo altro per loro».
Armin Zoeggeler è un atleta pazzesco. Non è un superuomo, non è un mostro di altezza o di larghezza, ma è un professionista serio e scrupoloso come pochi altri. Doti indispensabili per essere il numero 1 in uno sport che si gioca sui minimi dettagli. Sulla pista di Cesana Pariol, Armin a novembre ha vinto la gara preolimpica, ha trovato la qualifica che cercava e ha capito alcune cose fondamentali: «È una pista difficile, più lunga delle altre, è una pista dove non si può sbagliare ma dove è impossibile non sbagliare. Alcune curve, come quella del Toro in alto e poi la 18 e la 19 finali, sono decisive. È lì che si vince o si perde».
Se sapete solo vagamente di cosa stiamo parlando, ecco qualche rapida informazione per introdurvi nello sport che domenica, dopo le manche 3 e 4 della gara di singolo, potrebbe regalare all’Italia la prima medaglia di quest’olimpiade: in un budello di ghiaccio, lo stesso usato per le gare di bob, uomini (e donne) vestiti di una tuta leggerissima scendono supini, praticamente rasoterra, su uno slittino ipertecnologico che guidano con i piedi tramite due levette. Velocità di crociera sui 135 km/h, quando li vedi dal vivo per la prima volta pensi che siano completamente pazzi. Il segreto dei migliori, il segreto di Armin, è di alzare la testa il meno possibile, da qui l’importanza di conoscere la pista a memoria, di saper calcolare il punto esatto in cui entrare in curva, per non sbagliare traiettoria. «Cosa vedo mentre scendo? Quando conosco bene la pista vedo solo i lati, ma so sempre dove mi trovo e cosa devo fare». Lo sapeva benissimo anche ieri, quando le alte temperature hanno modificato un po’ le condizioni del ghiaccio e si è ritrovato gambe all’aria nella prima prova della giornata. Scuro in volto e silenzioso come sempre, Armin è tornato su e ha fatto un’altra prova, buona stavolta, ma certo le sue speranze sono che sabato e domenica faccia freddo e ci sia il ghiaccio liscio e pulito.