Gli zombie di Rodriguez: "Son cresciuto con i film di sesso e violenza"

Presentato il secondo episodio di "Grindhouse", firmato da Quentin Trantino. E' "Planet terror", storia di zombie negli anni ’70

Locarno - Cappellaccio nero da cowboy messico-texano in testa (uno «Stanton» uguale a quello in versione bianca di George W. Bush, quand’è nel suo ranch), camicia post-hippy aperta sul peloso petto da pistolero senza pistola, Robert Rodriguez arriva in Piazza Grande col suo Planet Terror, la sexy pupa Rose McGowan al fianco ed ecco servita la «tarantinata» del momento. Il regista, nato in Texas nel 1968, da noi è noto come il fratello meno pazzo di Quentin Tarantino, insieme al quale ha sfornato (con scarso successo Usa) l’omaggio ai film di serie B americani anni Settanta, diviso in due parti. Planet Terror, infatti, insieme a Death Proof (presentato con insuccesso a Cannes), rimanda alla fissa tipica dei due «compagni di merenda»: le sale Grindhouse, assai diffuse un tempo nell’America dei deserti e delle enormi distanze, dov’era comodo, per i gestori, allestire il doppio spettacolo. «Sono cresciuto nei drive-in del Texas, che ho frequentato pure tra Los Angeles e Chicago, guardando due film a serata, conditi da elementi forti: sesso e violenza», racconta il cineasta iperattivo, che qui ha diretto musica e immagini, provvedendo pure al montaggio. In effetti, col film di Rodriguez di pugni allo stomaco se ne prendono parecchi, per la gioia dei fans del genere splatter.

In una tranquilla cittadina texana piombano i sickos, zombie assetati di sangue, perché infetti dall’agente biochimico DC2. Ma gli uomini dello sceriffo e un gruppo di ribelli, tra i quali una ballerina di lapdance (la McGowan), fornita di gamba mozza, «taroccata» con un micidiale fucile a ripetizione, daranno filo da torcere a quei mostri libidinosi. Prossima meta? Tulum, in Messico, dov’è un mondo migliore...

«Era da prima di Sin City (l’adattamento del fumetto omonimo, di cui sono in preparazione due sequel, ndr) che, insieme a Quentin, volevo realizzare un film doppio, con quel tipo di sensibilità diffuso nei Settanta. Sviluppando, però, con la tecnica digitale, un progetto che guardasse indietro nel tempo. Con immagini graffiate, vecchio stile. È lo “sporco” che ha la vita stessa», racconta Rodriguez, famoso per aver scritto la sua prima sceneggiatura quand’era ancora studente, trasformandola nella pellicola a più basso costo mai uscita da Hollywood (settemila dollari) e nel primo film interamente in spagnolo: El Mariachi.

A chi gli rimprovera un esubero di truculenza diseducativa, l’artista texano, padre di due bambini piccoli, risponde: «È compito dei genitori creare un buon rapporto con i figli: la violenza non è un mio problema. Ho diretto pure film per bambini, come la serie di Spy Kids, e in genere cerco di girare una cosa per i piccoli e una per i grandi. A casa ho una macchina per il montaggio delle pellicole e, per mostrare ai miei figli cose interessanti, ne devo fare di tagli! Ma credo che, quando saranno più grandi, aggiungerò le scene che ora censuro. Loro, comunque, dei miei film non vogliono saperne».

Anche Rose McGowan, strizzata nel tubino in ecopelle grigia asfalto, ancora insonnolita dal jet-leg, si associa. «Ho trovato molto più violenti certi quadri di Hyeronimus Bosch, visti a Madrid!», commenta l’attrice di origini italiane (vista in Black Dahlia), confessando di voler imparare la lingua di Dante per comprarsi una casa in Toscana. A proposito, Rodriguez confessa di non sapere molto delle annose polemiche, scatenate dai commenti al vetriolo di Tarantino, sul cinema italiano di oggi. «Quentin, da collezionista privato, ha una formidabile raccolta di vecchi film horror americani e film italiani anni Settanta. Lì le donne erano molto forti: ne ho tratto ispirazione, per l’icona della ballerina con la gamba-fucile».