Zoro: «Peccato, la partita andava sospesa»

A Messina tutti lo chiamano il Napoletano: «Meglio furbo che fesso»

Paolo Marchi

«Ringrazio tutti, dalla federazione a Campana, ma non volevo questa pubblicità e da domani (oggi, ndr) tornerò a pensare al Messina e se andrò a una trasmissione dove ci sarà anche un signore della Lega (Borghezio a Controcorrente su Sky tg 24 alle 22.35, ndr) sarà perché me lo ha chiesto la società», firmato Marc André Zoro che i compagni chiamano il Napoletano perché, preso dalla Salernitana sedicenne, quando scherza parla come uno scugnizzo: «Ne sono orgoglioso, i napoletani sono furbi che è meglio che fessi».
Ieri ha accettato di diventare City Angel e testimone anti-razzsimo allo stadio, l’investitura prossimamente a Milano. Oggi le prime conseguenze pratiche della sua ribellione: si esprimerà il giudice (l’Inter più che la squalifica del campo rischia una multa) e Milan-Brescia inizierà con 5 minuti di ritardo per protesta contro il razzismo, decisiore federale estesa a tutti gli incontri da oggi a domenica. E lui, Marc, tornerà ad allenarsi, cosa che deve fare con intensità perché è un buongustaio in lotta con la bilancia. E ha carattere. In sede si ricordano bene che quando si presentò per la prima volta, ci fu chi se ne uscì con un mezzo sorriso alla lettura della sua data di nascita, 27 dicembre ’83, perché non credeva avesse appena 19 anni. La reazione fu secca «perché anche noi in Costa d’Avorio registriamo le nascite sul computer come voi in Europa, non siamo così arretrati». Ecco spiegato perché nessuno dei suoi si è stupito domenica. Insultato all’esordio all’Olimpico con la Lazio (Lotito si scusò personalmente), aveva avvisato che se accadeva in casa se ne sarebbe andato via: «Mi succede un po’ ovunque di essere bersaglio dei cretini, più al nord che al sud, Vicenza, Verona, Treviso dove giocheremo domenica e dove non chiedo nulla. Chi è bianco e mi tratta come un gorilla, dovrebbe pensare a cosa proverebbe a ruoli invertiti».
Però Adriano e Martins volevano continuare...
«Li capisco, lavorano e sudano per un risultato e rischiavano di vederlo scappare per le stupidate di alcuni imbecilli».
L’Italia è un Paese cattivo?
«No, neanche razzista, tra l’altro il sud non ha in pratica differenze con la Costa d’Avorio, clima buono e caldo, persone affettuose e ospitali che credono nella famiglia, non come i francesi - ho vissuto a Parigi e i miei sono ancora lì - che amano vivere soli e pensano tanto alla carriera. La vera differenza tra noi e voi è che da noi a 11 anni uno se ne va da casa. Qui si resta coi genitori anche a 40».
Lei è molto religioso, la fede l’aiuta?
«Sì, a Dio parlo sia quando le cose mi vanno bene sia quando mi vanno male, cercarlo solo nel bisogno è uno sbaglio».
Cosa gli chiede?
«Due anni fa lo pregai di aiutarci per salire in serie A e sono certo mi abbia sentito, poi che la mia fidanzata diventasse mia moglie. Ora siamo sposati, gli chiedo di avere tanti figli».
Parlerà loro di domenica?
«Ne manca di tempo...».
Se l’Italia non è un Paese cattivo, cos’è per lei?
«Un Paese dove manca l’informazione, che ha conosciuto noi da poco, dove c’è gente malata che non riflette. Il calcio è un divertimento, se si è intelligenti allo stadio non si insulta uno per il colore. Invece per loro il calcio è una guerra e in fondo nemmeno sanno cosa sia la vera guerra. Tra l’altro giocano a calcio anche dove si combatte, non ci pensano?».
Non sono intelligenti... Lei cosa farebbe di intelligente?
«Farei come in quei campionati dove si sospende la partita quando uno di noi viene offeso».
C’è qualcos’altro che non ha gradito in questo frangente?
«Che abbiamo risposto a chi non merita risposte. Ma non ne potevo più».