Zubin Mehta: «Classica e pop che bello vederli mischiati»

da Milano

Dopo l’esperimento - riuscito - del settembre 2007, ritorna MiTo: 230 concerti fra Milano e Torino, e un esercito di 4000 artisti della classica, pop, rock e jazz. Numeri concentrati in un mese scarso, dall’uno al 25 settembre. Fra i punti di forza del festival, la presenza di orchestre e bacchette di classe. Spicca il direttore Zubin Mehta che il 5 sarà agli Arcimboldi di Milano alla testa dell’orchestra del Maggio Musicale Fiorentino. Direttore epocale, indiano, anima della Israel Philharmonic Orchestra, dal 1985 Mehta è la guida principale, e dall’anno scorso a vita, del Maggio. Che in questi giorni sta portando in giro per l’Europa, prima dell’apertura della stagione fiorentina (il 20 novembre), dell’inaugurazione del teatro Petruzzelli (il 6 dicembre) e in attesa del 2011 quando Firenze finalmente si doterà di un nuovo teatro. Abbiamo chiesto a Mehta cosa pensa di un festival che abbatte gli steccati fra i generi musicali.
«Sposo appieno quest’operazione. Mi rallegra pensare a un giovane che segue un mio concerto e poi va a una serata pop. Accade anche ai miei nipoti».
E lei che rapporti ha con l’extra classica?
«Il jazz è sempre stato la mia passione, così come mi attrae il rap, un genere grazie al quale i neri hanno espresso messaggi forti, usando parole toccanti. Il rock non mi piace granché, quanto al pop dipende: c’è tanta commercializzazione».
Che investe anche la classica, del resto...
«Ma le proporzioni sono diverse. L’Eroica di Beethoven rimane l’Eroica, mentre una canzone pop di successo viene tradotta subito in tante versioni».
L’estate è tempo di festival. Quali rassegne hanno ancora qualcosa da dire tra le veterane, come Salisburgo, e quelle di ultima generazione?
«La formula di MiTo funziona. A Salisburgo non avrebbe senso introdurre il rock. Anche se capita di vedere allestimenti che choccano più di un’incursione nel mondo del rock. Ricordo un Pipistrello di Strauss e un Ratto di Mozart da scandalo. Salisburgo fa cose choccanti ma anche cose bellissime, penso alle Nozze di Figaro con la Netrebko».
Riccardo Muti ha definito il Maggio la migliore orchestra italiana...
«Non conosco tutte le orchestre italiane, ammetto però che il Maggio mi rende felice. A Lubiana ha eseguito lo stesso programma che porto a Milano (Eroica di Beethoven e pagine wagneriane) in modo divino».
L’altro suo grande amore è la Filarmonica di Israele. Due relazioni probabilmente diverse...
«Anche perché si sviluppano in due Paesi totalmente diversi. È come se avessi due famiglie».
Gergiev ha da poco tenuto un concerto nel sud dell’Ossezia. Mesi fa, Maazel è stato protagonista di un concerto storico in Corea. Qual è il ruolo socio-politico di un artista?
«Credo che sia opportuno offrire il proprio talento per favorire il dialogo fra i popoli. Io stesso l’ho fatto quando si è posta l’occasione così come sono pronto a rimettermi in gioco».
India e Cina sono i due Paesi emergenti. Tuttavia mentre in Cina sta esplodendo un vero e proprio fenomeno musicale, l’India tace. Perché e cosa sospetta in futuro dal suo Paese?
«A differenza della Cina, l’India trabocca di musica propria e quindi è più restia ad accogliere la tradizione d’occidente. In ottobre, a Bombay, ho promosso un festival di cinque concerti con Barenboim, Domingo, la Frittoli e Zukermann, il ricavato va a beneficio di una scuola di musica occidentale e sarà intitolata a mio padre, Mehli. Quindi qualcosa sta accadendo».