Zucca: il teatro, una sfida con me stesso

«La pellicola con Sharif? un bel traino di pubblico ma quel che conta è soprattutto il passaparola»

Igor Principe

Vent'anni fa, la sua faccia barbuta faceva capolino tra le prosperose ragazze di Drive In. Era quella di uno dei tanti comici lanciati dalla trasmissione di Antonio Ricci; nello specifico, quella di un tizio che, dopo aver raccontato vicende improbabili, si congedava dal pubblico con un tormentone: «Vi amo, bastardi!».
Ora la sua faccia barbuta fa capolino esclusivamente dai palcoscenici teatrali, e il saluto al pubblico non è quello fintamente livoroso dei tempi di Drive In. Anche perché Mario Zucca, dal teatro, non trae alcun motivo per arrabbiarsi.
«Cinque anni fa, con Marina Tevez, abbiamo messo in scena la commedia Mortimer e Wanda - racconta l'attore -. Da allora, mi dedico solo alla prosa: mi diverte di più e mi completa. In televisione le strade sono più segnate, e le occasioni per fare ricerca sono molto minori che in teatro, dove le novità sono ben accette e dove esistono ancora produttori che hanno voglia di rischiare».
Il rischio, questa volta, si chiama Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano, scritto dal francese Eric-Emmanuel Schmitt, al Teatro Franco Parenti dal 10 al 29 gennaio (curiosa coincidenza, un altro lavoro di Schmitt è in scena a Milano nel medesimo arco di tempo: Piccoli crimini coniugali, di cui s'è detto ieri). Ma che si tratti di un rischio, è tutto da vedere. Il monologo, diretto da Oliviero Corbetta, gira per sale sulla scia di un omonimo bel film con Omar Sharif, apparso sugli schermi un paio di stagioni fa.
Senza dubbio, un bel traino di pubblico. «Non del tutto - ribatte Zucca -. Quel che porta la gente in sala, in questo come in altri casi, è il passaparola. Malgrado i trascorsi televisivi, pochi sapevano chi fossi. Ma ho constatato che, replica dopo replica, le sale si riempivano. Merito della gente, che dopo averlo visto lo consigliava agli amici. Ecco perché dico che il teatro è un'oasi felice: è un luogo in cui davvero è il pubblico a decretare il successo di uno spettacolo».
Parole che suonano su intonazione diverse da quelle diffuse oggi nell'ambiente, dove il refrain esegue lo spartito della crisi. Non vivendo in una dimensione astratta, Zucca precisa: «La precarietà, nel teatro, è naturale. Si tratta di una sfida continua, e se la affronti pensando solo a fare i soldi sei destinato a fallire. Al pari di quei figuri che escono dai reality e si mettono a recitare. Una volta ti può andar bene, due no. Perché il pubblico sa distinguere, e quando va a teatro cerca la qualità».
Cerca anche testi che aiutino a riflettere, e a capirci un po' di più di quel caos che governa queste prime battute di terzo millennio. Monsieur Ibrahim è uno di quei lavori che svegliano i neuroni andando al succo delle problemi, racchiuso da Schmitt nella storia di un vecchio musulmano che eredita una drogheria nel quartiere ebraico di Parigi, e di un ragazzo ebreo che gli fa visita, diventandogli amico.
«Schmitt ti fa capire che veniamo tutti da uno stesso ceppo - spiega l'attore -. Coglie l'unità delle tre religioni monoteiste, ne delinea la tolleranza come obiettivo comune e ti dice che le differenze le abbiamo create noi». Ma non c'è il rischio di una deriva egualitaria, dove tutto ha lo stesso colore? «Il testo invita al confronto, ad abbattere le barriere che abbiamo eretto per evitare di capire cosa ci accomuna. Per carità, viva le differenze. Che esistano. Ma che non ci impediscano di parlarci».