Zucchero: «Canto anche con McCartney Però mi mancano gli artisti italiani»

Il caposcuola sta per pubblicare un cofanetto con altri duetti. «Mi dispiace di non potervi fare ascoltare la canzone che interpretai all’Arena con Ray Charles»

Cesare G. Romana

da Milano

Zu & Co - Zucchero affiancato da Miles Davis, Sting, Solomon Burque, Pavarotti, Bocelli, Clapton e tanti altri - furoreggia nelle classifiche Usa, dopo avere espugnato quelle europee, «ma non finisce mica qui», sogghigna l’autore: tra un mese il suo album-capolavoro riuscirà in tutto il mondo in versione cofanetto, affiancato dal live d’un concerto londinese e da un terzo disco, contenente altri duetti, inediti. Tra gli ospiti Paul McCartney, Mark Knopfler, Buddy Guy, Sergio Mendes, BB King, Stevie Ray Vaughan. «E peccato - dice il musicista - non potere inserire il brano che cantai, anni fa all’Arena di Verona, con Ray Charles, registrato troppo artigianalmente per risultare pubblicabile».
Insomma non si dà tregua, l’inventore dei duetti rock, compagno di strada di tante star internazionali. «Inventore? Fino a un certo punto - puntualizza lui, dallo studio dove sta lavorando ad un nuovo cidì -, in realtà furono i duetti a cercare me, non io a cercare loro. A partire da Miles Davis: ascoltò Dune mosse e disse: questa la voglio suonare. Ero alle Maldive, dovetti saltare su un aereo e raggiungerlo in sala, la mia musica e la sua tromba. Poi Paul Young sentì Senza una donna: stessa storia, e il disco finì in testa alle classifiche inglesi, poi spopolò in tutta Europa. Terzo incontro: Lory Del Santo mi presentò Eric Clapton, facemmo un tour insieme e anche questa volta l’accoppiata finì su disco. La strada era ormai tracciata, il mio nome cominciava a significare qualcosa, anche all’estero. Così nacquero belle amicizie e lusinghiere collaborazioni: Bono, Joe Cocker, Rufus Thomas, Sting, i Queen e tutti gli altri che ho già citato».
Nacque così un ideale fanclub, popolato di nomi illustri e tutti attestati sul fronte del soul e del rock più «nero»: singolare anomalia, per un musicista italiano.
«Già, è difficile farsi ascoltare all’estero, proponendo la musica che loro hanno inventato. Il fatto è che, pur essendo imbevuto di musica nera, non ho mai rinunciato alla mia italianità: canto, dovunque, nella mia lingua, ho un’inclinazione alla melodia che è tipicamente mediterranea. Questo è il valore aggiunto che mi ha fatto apprezzare anche all’estero: soul e blues, ma con una sensualità e una cantabilità assolutamente italiane».
A parte la collaborazione creativa, in alcuni brani, con Paoli e De Gregori, non hai mai duettato con colleghi italiani.
«E’ un mio cruccio. L’ artista italiano non ama confrontarsi con altri - individualismo? paura della sfida? -, ed è un peccato, perché la collaborazione giova alla musica: in un duetto, io prendo qualcosa da chi canta con me, ma gli regalo qualcosa di me».
Qualcuno dice: i duetti sono un modo, per un artista, d’accapparrarsi fette ulteriori di mercato.
«Non è mai stato il mio scopo. Ho cantato con artisti più famosi di me, e con altri che, di dischi, ne vendevano meno di me. Bisogna che sia la musica, a vincere».