Zucchero: l’Abruzzo meritava una canzone un po’ più bella

"Pagani non se la prenda, potevamo fare meglio. Sarò l’unico uomo a San Siro tra tutte le donne del concerto della Pausini"

Pontremoli - Massì, quello è lui, Zucchero, seduto su di una panca davanti a casa sua, quel ranch (si chiama Lunisiana Soul, capite? Lunigiana più Louisiana) che si spalma vicino a Pontremoli dove una volta passava la via Francigena. Sembra Padron N’Toni nella sua «casa del nespolo», pacato e orgoglioso e un po’ cupo, tutta la famiglia intorno a cominciare dallo scavezzacollo Blue, che a undici anni guida persino un trattore, fino a Irene Fornaciari, che invece è al volante di una carriera da cantante con una caratteristica rara per un figlio d’arte: è piena di gavetta, accidenti quanta.

Ha persino suonato alle Feste della Birra, questa ragazzotta, cantando canzoni proprie e di papà. «Nel bene o nel male, quando credo in qualcosa la spingo fino in fondo», dice Padron Zucchero indicandola mentre lei, pudica, abbassa gli occhi. Per capirci, «mi sono esposto per esempio con Bocelli, quando nessuno lo voleva. Una sera ho chiuso Caterina Caselli in un camerino e le ho detto: “O tu gli fai fare un disco oppure non esci di qui”».

Afa silenziosa. Due mucche sono impietrite sotto al sole, il muso chino. Irene Fornaciari, che è figlia di Zucchero e dell’ex moglie, ha inciso un disco niente male, che si intitola Vintage baby. E lo ha presentato anche al Festival di Sanremo (brano Spiove il sole, ma nel cd ce ne sono di nettamente meglio, come Sorelle d’Italia) combinando quello che già aveva fatto papà sullo stesso palco tanti anni prima: grande performance, risultato piccolo così. D’altronde la sua musica, un soul sporco e gioioso, imparato sui dischi della Stax e della Motown, oggi non è un lasciapassare per le classifiche e poi Irene non ha l’aria di una che vuol fare compromessi. Lei canta, innanzitutto, poi vedremo. «Con tutto il rispetto per i fenomeni da talent show come Noemi o Giusy Ferreri – spiega il padre –, Irene non ha scelto una strada facile. Ma lei ha l’X Factor e difatti questa estate dividerà il palco con gente come Salomon Burke o John Fogerty».

Intanto, qui a Pontremoli, l’ha diviso con il babbo seduto al piano e poi alla batteria, cantando qualche brano di Vintage baby e alcuni standard soul nello stanzone che sembra un tempio della musica: copertine di dischi storici, tappeti, camino, profumo di cuoio e muffa aggrappata ai muri e poi polvere, tanta polvere per terra, come se fuori ci fossero i cowboy. E allora vedendoli insieme, padre e figlia a dividersi le stesse note, il tempo s’è quasi fermato.

Zucchero sarà pure orgoglioso della sua Irene che ci prova, e la sostiene. Ma lo fa in viva voce, senza sotterfugi o manovrine, e lo ha ripetuto cento volte, quasi a scusarsi. Lui è così, si sa: parla chiaro. E allora, sempre seduto fuori sulla panca davanti a un bicchiere di rosso, se dice che «voglio fare il più bel disco della mia vita», c’è da crederci: ci proverà. E sapete come? «Come un francescano: suonando tutto il giorno e tutti i giorni fino alle 3 di notte anche solo per trovare un grappolo di note giuste». E se poi fa il punto della situazione sulle attività pro terremoto del pop italiano, non ha mezze misure. «Sarò l’unico uomo sul palco di San Siro il 21 giugno con Irene al concertone organizzato da Laura Pausini, ma non so se il giorno prima suonerò all’Olimpico per quello voluto da Baglioni e Zero».

Invece ha già deciso che cosa pensa di Domani, il brano di Mauro Pagani che più di cinquanta cantanti hanno inciso per raccogliere fondi pro terremoto: «Ho partecipato volentieri ma si poteva fare di più: è una canzone mediocre e non me ne voglia Pagani. Forse era meglio la versione di Alleluia di Leonard Cohen rifatta da Giuliano Sangiorgi. Magari se avessimo dedicato più tempo al progetto, noi in studio tutti insieme, avremmo potuto fare qualcosa di memorabile». Stop. E Padron Zucchero allunga le gambe, l’afa non molla, solo Blue lì intorno continua a scalmanarsi di fianco al trattore esausto.