Con Zucchero tanto spettacolo poca emozione

Ha ragione Antonio Lodetti quando afferma che «Per definizione Zucchero è accreditato come il re del «blues» (le virgolette sono d’obbligo). Vedere per credere i titoli e gli articoli dei quotidiani più qualificati». Allora forse non è tutta colpa di Zucchero, non completamente almeno, se qualcuno, in questo caso la stampa che conta, ha finito per etichettarlo in questo modo, sin dalla pubblicazione di Blue’s nel 1987.
Ovvio, a questo punto, che a noi cosiddetti puristi la cosa abbia dato fastidio, non tanto perché ci sentiamo gli unici depositari del vero blues, quanto per la confusione che l’uso di un tale termine finiva per ingenerare nei riguardi di questa musica. Tuttociò non vuole essere una difesa a tutto campo di artisti come Muddy Waters, John Lee Hooker o Robert Johnson, e quindi di un fare musica del passato legato ad emozioni cronologicamente ben delineate e cristallizzate. Dalle colonne della rivista Il Blues abbiamo scoperto per primi, e difeso in tempi non sospetti - era il 1993 - in netto contrasto con tutte le altre riviste di settore, attirandoci anatemi e scomuniche di vario genere, le nuove emozioni che il Country Blues delle Colline del Nord del Mississippi (North Mississippi Hill Country Blues) ci stava trasmettendo... Nuovi e roboanti suoni - altro che Zucchero - con le contaminazione elettriche di R.L. Burnside, i ricordi africani di Junior Kimbrough e le sonorità anarchiche di CeDell Davis e T-Model Ford.
Ma la nostra, o perlomeno la mia, non vuole essere una difesa di parte di un certo «fare» blues, che in Italia ha il suo alfiere moderno in Angelo Leadbelly Rossi (andatevi a rileggere proprio Lodetti su il Giornale del 9 gennaio 2007 a pag.31), quanto un inciso che desidera difendere il diritto di ciascuno di noi ad amare la musica che lo «tocca» di più. Meglio ancora se immediata, diretta e spontanea. Ciò non avviene, per quel che mi riguarda, con quella di Zucchero, che considero sì abile fusione di rhythm & blues, soul e - perché no - blues, ma nulla più. Non scatta la giusta alchimia. Troppo lavoro, a monte, per un risultato che finisce per essere, nonostante la comunicatività dello stesso Zucchero (il cui mito rimane più che altro Joe Cocker e non i padri neri), più spettacolo che partecipazione. Lo ha detto anche lui: «All’inizio facevo rhythm and blues, poi per la pagnotta ho dovuto cambiare genere...» (da Ottantasei, su Raiuno, ripreso da Il Blues n. 18, Marzo 1987).
*direttore
della rivista «Il Blues»