Lo Zucconi estasiato dal ruttino di Springsteen

«A tu per tu con Springsteen» titolava in prima pagina la Repubblica. L’articolessa di Vittorio Zucconi costituiva il prologo ad un’intervista realizzata per Radio Capital. In pratica un lussuoso strillo pubblicitario, trasformato in denso racconto personale, per rendere il senso dell’evento. Zucconi è giornalista esimio e scafato, ha visto da vicino i potenti, inclusi Clinton e Bush; ma di fronte al «Boss» crolla, sopraffatto dall’emozione, neanche fosse uno sperticato fan del rocker. Scrive infatti col cuore in mano: «Intervistare Springsteen è come parlare con te stesso, con qualcuno che ti porti dentro da quando la sua voce divenne anche la tua voce, cantando un futuro che sembrava tutto possibile». E più avanti: «Gli scapperà un rutto, figlio di quella cena ingurgitata per trovare il tempo di qualche minuto con me, e un po’ mi sento in colpa». Infine, di fronte all’illuminante frase «è così difficile essere padre oggi»: «Semplicemente una cosa vera, detta da un uomo che mi è sembrato, e ho paura a dirlo perché è una parte di me, vero». Accidenti! Springsteen sarà pure una star atipica, un cantore ispirato della faccia bella dell’America, uno che nasce carpentiere, tifa Kerry e indossa per l’intervista «una camiciola chiara con una patacchina rossa sul bavero lasciata dalla cena frettolosa»; nondimeno continua a farsi pagare cifre astronomiche e giustamente combina arte e business. Con tutto il rispetto, il modo peggiore per descriverlo è idealizzarne i gesti, scambiando per esperienza umana un obbligo di promozione, ricamandoci sopra senza tenere a bada quel piccolo narcisismo professionale che ci rende a volte così ingenui, buffi, inattendibili.

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