Zuckerman il lottatore esce di scena

Si chiude (in gloria) la grande saga letteraria dedicata all'alter ego dello scrittore americano. Il nuovo romanzo è mal riuscito, ma ha alcune delle pagine più belle scritte nel mondo in questi anni.

Iniziata alla fine degli anni Settanta con The Ghost Writer (Lo scrittore fantasma), la grande saga di Philip Roth dedicata al suo personaggio preferito, l’alter-ego Nathan Zuckerman, giunge al capitolo che si vuole conclusivo, Exit Ghost (Il fantasma esce di scena, Einaudi, traduzione di V. Mantovani, pagg. 230, euro 19,00).
La conclusività di questo atto è il primo segno di rilievo di un romanzo che, per diversi aspetti, potrebbe essere liquidato come mal riuscito, se non addirittura brutto, se la sua precaria confezione non custodisse alcune delle pagine più belle scritte nel mondo in questi anni.

Nessuno può decidere la propria uscita di scena, a meno che non intenda realizzarla artificialmente. Ma la fretta, anche a discapito della forma, con la quale Philip Roth introduce un nuovo protagonista ci esime dal triste compito di cercare motivazioni biografiche per la scomparsa di quello vecchio.

Dopo trent’anni, Nathan Zuckerman esce di scena perché la grande battaglia che questo personaggio ha sostenuto e sostiene rivela sempre nitidamente più il nome e il volto di quello che sarà, senza nessun dubbio, il vincitore. Un uomo vero è un uomo che combatte, e la letteratura è - mi si perdoni la banalità - una cosa da uomini, perciò da lottatori.

Per trent’anni, simpatico o meno, giusto o meno, Nathan Zuckerman ha rappresentato per noi suoi lettori questa idea della letteratura come lotta, come rivolta. E lo ha fatto per tutti noi, davanti a un mondo che stava mutando la letteratura in qualcosa d’altro, in un pettegolezzo, in uno sfizio, in un gioco tra l’esibizionistico e il futile, in un fuoco d’artificio allestito per non guardare l’abisso (mentre la letteratura dovrebbe scenderci, dentro l’abisso: cautamente, prudentemente, ma procedere e guardare).

Se Nathan non è sempre simpatico, dipende anche da noi. E ora che esce di scena lo fa non per lasciarla vuota (il teatro non lo sopporterà mai!), ma per fare posto a un altro. Il quale si presenta fin dalle prime righe del libro come il peggiore dei rompiscatole.
Zuckerman, già operato di cancro alla prostata, è costretto a portare il pannolone contro l’incontinenza e - cosa peggiore - ha dovuto dire addio alla spinta erotica che era stata il grimaldello (si direbbe l’ultimo dono di Jahvè prima della sua morte) con il quale aveva scassinato l’ordine mortifero del mondo.

Ma ora il destino si mostra, e per fortuna non ha la faccia di quell’ordine artificiale, della storia o di quella che si vende come tale, ma piuttosto quella di un grande ordine naturale, quello che echeggia come un diapason in tutte le pagine di vera, grande letteratura (il mio pensiero corre subito a Tolstoj).

Non ha senso riassumere la trama del romanzo, anche perché si tratta di una trama finta, irta di coincidenze - che sono o un segno di scarsa immaginazione o il segno che il vero problema sta altrove.
Il fantasma esce di scena racconta la storia (che non è la trama) di uno scrittore (Zuckerman) che da quindici anni ha abbandonato New York, ossia l’ordine del mondo, l’odiato Presente, per ritirarsi in campagna - e non una campagna qualunque, bensì le Berkshires, nel Massachusetts, dove prima di lui si era ritirato un altro grande personaggio letterario, il Moses Herzog dell’immenso romanzo omonimo di Saul Bellow.

Tornato a New York per curarsi un problema di vescica dopo l’operazione alla prostata, Zuckerman si reca in una libreria di usato per recuperare i volumi di racconti del suo vecchio maestro, uno scrittore oggi dimenticato.

Pochi giorni dopo incontra quella che era stata l’amante dello scrittore, che aveva vissuto con lui negli ultimi quattro anni della sua vita. Anche lei malata di tumore, si sa condannata.

L’incontro fra i due è il momento centrale del libro, la sua ragion d’essere, una straziante perorazione sull’inattualità e sulla necessità della letteratura e sulla nullità di tutta una cultura biografista, indiziaria, a caccia di segreti e risvolti, che a dispetto di tutte le buone intenzioni rovina, con la sua seriosità, il segreto della letteratura trasformandolo in pettegolezzo. E poco importa che quel segreto sia Dio o la sua disperata, definitiva inesistenza.

Questo violento precipizio occupa forse un quarto delle pagine di un libro per il resto sbilenco e stanco. Essere uno scrittore vecchio è difficile quanto essere vecchi.

Ma Nathan Zuckerman ci mancherà. È probabile che, alla fine, Roth si riveli, come ha detto un amico, «il più grande scrittore di seconda fascia del mondo». È vero, Roth soffre l’ombra di altri scrittori. Ma il caso del buen retiro nelle Berkshires ci racconta anche dell’ironia con la quale un grande scrittore sopporta i propri limiti purché la sua opera compia il passo necessario, dica la parola necessaria.
Viene il momento in cui il nostro fantasma deve uscire di scena. E a quel punto non contano più la fantasia, la brillantezza, l’estro: conta solo che il nuovo personaggio che lo sostituirà sia quello giusto.
Chiamatelo ordine naturale, Dio, Grande Buco Nero, chiamatelo Tolstoj. In ogni caso: è quello lì.