Con la zuppa della nonna sull’aereo dei ricordi

Anche quest’anno la rivista letteraria sceglie i venti migliori giovani romanzieri degli Usa. E un terzo di loro è nato all’estero

Tutta la scrittura di Ornela Vorpsi è evocativa e concreta insieme, una incessante ricerca di radici potenti, reali, estirpate dalla terra originaria e sospese nell’aria.
Fotografa, pittrice, videoartista nata a Tirana nel 1968, è arrivata nella milanese Accademia di Brera all’alba degli anni Novanta e dal 1997 ha scelto Parigi come luogo in cui sostare.
La mano che non mordi (Einaudi, pagg. 86, euro 8,80) è un breve romanzo che sottolinea il senso di appartenenza alla propria terra, impossibile da perdere, anche con la necessità della distanza che rende tutto più nitido e fa acquisire «lo sguardo dello straniero».
Dopo la lacerante dichiarazione d’amore e odio verso la sua Albania che è stato Il paese dove non si muore mai (sempre Einaudi, 2005, pagg. 111, euro 10), elogio della tenacia di un popolo nel male e nel bene, Vorpsi guarda se stessa, la paura del viaggio, dello spostamento, la diffidenza verso il cambiamento, propria di chi ha già dovuto cambiare troppo.
«Ovunque io mi trovo cerco di sedermi vicino a una porta», perché la possibilità di fuga in caso di pericolo ci deve stare mentre si viaggia. Specie in aereo, mezzo che la protagonista è costretta a prendere per raggiungere a Sarajevo l’amico Mirsad, depresso, chiuso in casa da cinque mesi, desideroso di morire «perché la letteratura dei paesi sofferenti non riesce a incidere quanto deve».
L’odore dei Balcani risveglia un passato che fa male, vivo in un luogo dove si vive tra le leggende.
Le scene descritte sono intimi squarci, quadri, tele animate da amici, parenti, infanzia materna, tenerezza e rabbia impotente. I ricordi altrui raccontati sono flash incantevoli, l’odore del passato invade l’autrice, creatura olfattiva, e può essere il profumo di una zuppa della nonna, «di quelle che ti assicurano che la morte non esiste, che abbiamo sempre dieci anni e i miracoli sono davanti che ci aspettano».
L’urgenza della fuga, il prendere distanza, fanno parte della volontà di riscatto di un intero popolo: anche Mirsad scomparirà all’improvviso, ormai indifeso, senza pelle, esposto. Dice all’amica di aver preso troppa coscienza della vita e di aver perso «l’ovvio di esistere». Senza lasciare traccia abbandona casa e cani al loro buio.
Scomparso il motivo del viaggio lei vuole tornare a Parigi il più in fretta possibile, separarsi da quell’aria e da quella gente così vicina alla terra, come i vecchietti di Sarajevo infilati in giacche troppo grandi, accompagnati dal colore della polvere «che si aggiunge a tutto, alle scarpe, ai capelli, sotto le unghie, al respiro».
Sono come oggetti abbandonati nei cassetti, delle «cose in viaggio», un piccolo mondo trascurato e commovente da cui non ci si sa separare. Il mito dell’Occidente come terra promessa si fonde alla nostalgia perenne della terra perduta, all’odore forte sull’aereo di ritorno, odore dei piedi dei Balcani. «Frutto delle scarpe uniche, quelle che non si cambiano. L’odore di chi non ha due paia di scarpe».
Sull’aereo con lei viaggiano pure dei pezzi di byrek, cibo dell’infanzia profumato e unto, da portare agli amici di Parigi per contagiarli con quella bontà, per trafiggerli e lasciarli raggiungere da una spiritualità sconosciuta. Occidentali che respireranno e si nutriranno di pasta dei Balcani, «alimento biblico», arcaico e sacro, passione condivisa.