LA ZUPPA DI PORROIl piano Unicredit:meno finanza

Sono settimane che a Piazza Cordusio ragio­nano sul piano industriale. Ecco qualche idea strategica che esso conterrà

I due uomini forti di Unicredit al centro della sala da cerimonie di Palazzo Serbelloni, a Milano. Nicastro e Ghizzoni pensavano agli affari e ai quaranta imprenditori italiani che puntano sulla Cina. Tutti invitati al pranzo di ga­la. C’era la grande dame del vino Donna Fugata, spiritosa e solare, e l’ad di Pomellato un po’ critico verso il sistema Pae­se. Amministratore e direttore generale di Uni­c­redit sapevano bene che da lì a poche ore l’au­torità europea per le banche avrebbe chiesto loro di aumentare il capitale: alla fine sono sta­ti richiesti 7,4 miliardi. Più o meno, ha detto Ghizzoni, quanto ci aspettavamo.

Sono settimane che a Piazza Cordusio ragio­nano sul piano industriale. Ecco qualche idea strategica che esso conterrà. La banca dovrà valorizzare la sua vena commerciale:d’altron­de la scelta di Ghizzoni ( al posto di Ermotti, og­gi ben piazzato in Svizzera) era già un messag­gio. L’istituto ha 35 milioni di clienti e deve continuare a servirli il meglio possibile. Non verranno, a differenza delle grandi banche francesi, diminuiti gli impieghi verso la clien­tela. Ma si ridimensionerà l’investment banking. Le operazioni si faranno solo al servi­zio dei propri clienti: inutile la partecipazione a prestiti sindacati per clienti senza nome. La parola d’ordine sarà:salvare il capitale,per ri­servarlo ai propri clienti. In prospettiva alme­no la metà dei margini del gruppo non deve ar­rivare dal semplice lending, ma da attività di consulenza varia. Il mestiere di pura invest­ment banking, sembrano pensare a Unicre­dit, se lo pappino gli americani.

Il piano conterrà certamente uno sforzo per la riduzione dei costi e una forte semplificazio­ne della struttura organizzativa. Unicredit è presente in aree europee che crescono alla grande: non si vede perché esse non debbano governarsi da sole.

Non c’è bisogno di una grande struttura di holding per il nuovo federalismo alla Ghizzo­ni. D’altronde sta completamente cambian­do l’idea di filiale (e Unicredit ne ha 10mila). Nel 2008, in Italia, il 70 per cento di transazioni era fatto allo sportello e il 30 attraverso altri ca­nali (internet e telefono): oggi il rapporto si è esattamente ribaltato. Sprecare meno metri quadrati, sarà il mantra delle banche commer­ciali. E comporterà grandi risparmi. Pensate cosa vorrà dire, in termini di risparmi, ridurre le proprie vetrine al pianterreno. Unicredit ha finalizzato un accordo con la catena Benetton per condividere alcuni degli immensi spazi di cui oggi dispone. Le 4000 filiali italiane saran­no tutte rivoluzionate con il criterio dell’Hub e spoke: pochi snodi che fanno tutto e molte che gestiscono la clientela, addirittura senza contanti.

E l’aumento di capitale? Be’,questa è mate­ria di piano industriale, ma non sua esclusiva. Sono gli azionisti a pagare. E non tutti hanno tutta questa voglia di aprire il portafoglio. So­pr­attutto in un momento in cui le regole euro­pee assomigliano molto alle finanziarie estive del governo Berlusconi: cambiano ogni ora.