Zuria Muhi, battaglia inutile ma non «barbara»

Assurdo paragonare, com’è stato fatto, lo scontro dell’aprile 1939 alle foibe istriane: lì i nostri soldati ebbero di fronte un nemico numeroso e in armi, cui fu offerta la resa, e non civili inermi e legati

Al di là di ogni considerazione d’ordine ideologico-politico, la guerra italo-etiopica del 1935-36 fu una guerra rapida, strategicamente ben condotta e tecnicamente adeguata ai luoghi e alle circostanze e, comunque, non dissimile da tanti conflitti coloniali. Un’organizzazione logistica quasi perfetta, morale altissimo fra i soldati, entusiasmo alle stelle in patria. L’unico elemento sbagliato fu il tempo. Francia, Gran Bretagna, Spagna, Portogallo, Belgio e Germania avevano dato il via alla loro espansione in Africa molto prima. Nel contesto storico di allora la conquista o la semplice acquisizione pacifica di un territorio per via di trattato rientravano in una normale prassi di affermazione di prestigio politico e strategico. E a proposito di acquisizioni pacifiche, vale la pena di sottolineare che la Germania ottenne il Tanganica, il Togo, il Camerun e l’Africa del Sud Ovest senza sparare un colpo di fucile.
La guerra italo-etiopica ebbe ben dichiarato, ancor prima dell’inizio delle ostilità, lo scopo di aprire nuovi orizzonti di lavoro a centinaia di famiglie contadine e del bracciantato agricolo delle zone più disagiate della Penisola, e lo sfruttamento delle risorse minerarie del Paese. Troppo tardi, come abbiamo detto. Ormai un accenno di incrinatura nell’archètipo coloniale si era addirittura già avuto durante la prima guerra mondiale. Gli inglesi e i francesi avevano schierato sul fronte europeo truppe africane, soprattutto senegalesi, ugandesi, kikuyu del Kenia. E improvvisamente questi soldati di colore avevano scoperto che sparare contro uomini bianchi non era più un crimine. Un tabù pericolosamente infranto. Lo storico Giuseppe Scortecci, nel suo Guerra nella boscaglia equatoriale, che narra le gesta del colonnello tedesco Paul Emil von Lettow-Vorbeck, contro inglesi, belgi e Portoghesi in Tanganica e in Mozambico dal 1914 al 1918, esprime lo stesso concetto, sottolineando, a ragione, la sua grave preoccupazione per il futuro e ciò in epoca non sospetta, visto che il libro è del 1933.
Comunque in quello scorcio di primavera di settant’anni fa il Duce gioì finalmente di un proprio, indubitato trionfo e la sera del 9 maggio 1936 annunciò in estasi che «l’Italia aveva finalmente il suo impero». Un impero obiettivamente sì, ma «suo» assolutamente no o, almeno per il momento, non ancora. Infatti, fin dalle prime settimane che seguirono l’annuncio della conquista dell’Abissinia, i ras che non si erano sottomessi scatenarono la guerriglia. Quasi subito la ribellione assunse i contorni di una rivolta contro l’occupante e si scatenò sia nelle zone occupate e controllate dalle forze armate italiane, sia in quelle dove l’occupazione era, per il momento, del tutto teorica ed assunse rapidamente i connotati di una vera e propria vicenda bellica, che continuò sino all’inizio del secondo conflitto mondiale, allorché si integrò nel più vasto scontro con la Gran Bretagna. Alcuni ras e numerosi capi minori diressero le operazioni a seconda delle regioni nelle quali avevano esercitato in passato la loro autorità, ma stratega indiscusso della resistenza etiopica fu Abelé Aregai, già capo della polizia di Addis Abeba, che ebbe riconosciuto ufficialmente il suo comando dalla stesso Negus in esilio.
Nelle azioni antiguerriglia l’Italia impiegò forti contingenti di truppe, sia nazionali che indigene, ottenendo qualche successo, che però raramente si rivelò risolutivo. E qui dobbiamo esaminare un aspetto drammatico del confronto italo-etiopico: il comportamento dei due schieramenti, che in varie occasioni andò ben oltre le normali, se così si possono cinicamente definire, regole di guerra e di rappresaglia. Nei sette mesi di guerra vera e propria e poi negli anni che seguirono, le atrocità commesse dagli abissini passarono il segno. Molti militari italiani prigionieri furono evirati, torturati, impalati. Agli ascari eritrei catturati vennero tagliati la mano e il piede. E poi c’era l'uso delle pallottole dum-dum, vietate dalle convenzioni internazionali, che producevano ferite orrende. Vittima illustre di tanta ferocia fu il poeta-aviatore Vittorio Locatelli, autore della Sagra di Santa Gorizia, che il 27 giugno 1936, preso dai ribelli a Lekemti, nell’Uollegà, fu barbaramente seviziato ed ucciso.
Gli italiani, è vero, usarono i gas, messi al bando dal Protocollo di Ginevra del 1925, sia durante il periodo bellico propriamente detto, sia più tardi, nelle operazioni di repressione della rivolta sia pure, tutto sommato, in misura limitata. Una pagina nera fu invece la ritorsione esplosa dopo l’attentato al vicerè Rodolfo Graziani, il 19 febbraio 1937. Rimasto seriamente ferito, Graziani ordinò dal suo letto d’ospedale una vera e propria strage. Centinaia di abissini, notabili, preti copti e civili furono passati per le armi. E tale macroscopico e crudele errore politico-strategico, portò ulteriore acqua al mulino della rivolta.
Un importante episodio dell’azione anti-guerriglia fu senz’altro la battaglia delle Grotte di Zuria Muhi. La campagna di polizia coloniale della primavera 1939 nella regione dello Scioa si concluse con la presa delle grotte suddette, diventate centro strategico e di raccolta delle ingenti forze ribelli di quel territorio e punto di partenza per gli attacchi contro colonne di rifornimenti e presidi italiani isolati. Ai primi di aprile un contingente di truppe, in gran parte formato da battaglioni eritrei, con l’appoggio di un reparto di artiglieria e di un plotone chimico di granatieri, al comando del tenente colonnello Gennaro Sora e dal Gruppo Bande, guidato dal capitano Pietro Forello, pose l’assedio alle grotte. Nei cunicoli e nelle vaste gallerie erano asserragliati un gran numero di abissini, armati di mitragliatrici, di moderni fucili Mauser e Lebel e accompagnati, come da loro antica usanza, da donne, bambini e bestiame. Occorsero dieci giorni di lotta, di esplosioni di mine e qualche ora di un unico attacco chimico (il 9 aprile) con iprite e gas di arsina, per avere ragione dei ribelli. Gli abissini ebbero 924 morti (tra i quali vanno però compresi qualche centinaio di ascari disertori, che furono fucilati su ordine diretto del governo generale di Addis Abeba). Oltre quattrocento fra donne e bambini vennero risparmiati. Gli italiani ebbero diciassette morti e sessanta feriti.
La battaglia di Zuria Muhi fu uno degli ultimi episodi bellici in Africa Orientale prima dello scoppio della seconda guerra mondiale. Recentemente uno dei più importanti quotidiani italiani ne ha fatto una descrizione viziata da numerose omissioni e impregnata di una polemica dai toni per lo meno esagerati. Addirittura si è voluto fare un assurdo paragone con le foibe istriane. A Zuria Muhi i nostri soldati ebbero di fronte un nemico numeroso e in armi e non degli incolpevoli civili inermi con le mani legate dietro la schiena come accadde ai comunisti di Tito. E tra le omissioni non è stata riportata la richiesta ufficiale di resa fatta agli abissini dal comando italiano né il fatto che i ribelli che si arresero ebbero salva la vita. Fu un’altra battaglia inutile, questo sì. Altre battaglie seguiranno, tappe di un sublime e purtroppo altrettanto inutile eroismo: Cheren, Amba-Alagi ed infine Gondar, dove, il 28 novembre 1941, fu ammainato l’ultimo tricolore dell’avventura etiopica.