Zuzzurro e Gaspare in agrodolce

Enrico Groppali

da Milano

Ciò che vide il maggiordomo di Joe Orton è considerato il manufatto massimo della premiata officina di quello straordinario uomo di teatro vittima, a soli trentaquattro anni, delle sue tendenze paranoiche e distruttive. Così evidenti nelle tre commedie che ne assicurano a tutt'oggi la fama da far passare in secondo piano il sanguinoso exitus che lo eliminò dalla scena dei vivi. L'acre umorismo di Orton infatti non risparmia nulla e nessuno. Dall'atroce spartizione che insidia Mr. Sloane al funerale da comica accelerata che è il pedale di fondo del Malloppo e contagia persino l'irresistibile funambolismo di Ciò che vide il maggiordomo, la sua pièce più sofisticata ispirata all'acre umorismo di Oscar Wilde.
Dove nello studio di Prentice, uno psichiatra in crisi, torturato da una moglie ninfomane e impicciona che gli spalanca davanti il fantasma del ricatto, si dà convegno una bizzarra accolita di spostati, di perdenti, di falliti per i quali si rivela inadeguata qualsiasi terapia d'appoggio. Da gran cultore delle gag che animavano, nel Settecento, il teatro di Sheridan, Orton mescola le carte facendo confluire nell'allegro pastiche anche Labiche e un pizzico di Feydeau fino alla più amara delle conclusioni possibili.
Facile immaginare che oggi, dissolte le brume anarcoidi degli anni sessanta, un simile copione abbia attratto l'attenzione dei comici di casa nostra e che Zuzzurro e Gaspare, dopo La cena dei cretini, se ne siano impadroniti alla stregua di un vaudeville da giocare in famiglia. Con estro, questo sì, ma con un che di agrodolce supponenza che qua e là stona con le istanze pruriginose di questa perversa commedia di costume.

CIÒ CHE VIDE IL MAGGIORDOMO - di Joe Orton Regia di Andrea Brambilla, con Zuzzurro e Gaspare. Milano, Teatro di via Manzoni, fino a domani. Poi in tournée.