Cirio, nove anni a Cragnotti e quattro a Geronzi

Per l’ex presidente di Capitalia il pm aveva chiesto il doppio. Lui: &quot;Sono tranquillo, ricorrerò in appello&quot;. Il legale del banchiere: &quot;Così si mette in crisi il rischio d’impresa&quot;. La storia: <strong><a href="/interni/il_crollo_dellimpero_alimentare_ha_travolto_35mila_risparmiatori/05-07-2011/articolo-id=533168-page=0-comments=1">il crollo dell'impero alimentare ha travolto 35mila risparmiatori
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Ad otto anni di distanza dal crac, arriva la prima sentenza per il disastro della Cirio, il glorioso marchio dei pomodori finito nell'orbita di Sergio Cragnotti e travolto dai debiti nel 2002. Alle 21,30 di ieri sera, dopo una este­nuante camera di consiglio dura­ta quasi dodici ore, la Prima se­zione del tribunale di Roma con­danna a nove anni di carcere Cragnotti, sei in meno di quelli chiesti dalla Procura della Re­pubblica. Ed insieme a Cragnotti viene condannato - anche se alla metà della pena chiesta per lui dalla pubblica accusa - colui che fino a una manciata di settimane fa era uno degli uomini più po­tenti della finanza italiana: Cesa­re Geronzi, ex presidente di Ca­pitalia, di Mediobanca e delle Assicurazioni Generali, si vede infliggere quattro anni di carce­re. Dopo Antonio Fazio, l'ex go­vernatore della Banca d'Italia condannato anch’egli a quattro anni di carcere per la scalata An­tonveneta, un’altra stella di pri­ma grandezza del firmamento bancario italiano viene oscurata dalle conseguenze delle inchie­ste giudiziarie: dove, aldilà dei fatti specifici, ad emergere e a ve­nire messa sotto accusa è una contiguità fatta di favori, pretese, ordini, silenzi. Unicredit e gli im­putati dovranno versare duecen­to milioni alle vittime. Due inchieste, in particolare, hanno scavato su quella stagione effimera e devastante che a ca­vallo del nuovo millennio vide la “finanza creativa” fare irruzione nella gestione dei grandi marchi del made in Italy: sono le indagi­ni sui crac di Parmalat e di Cirio, inchieste per molti aspetti simili, e con più di un imputato in co­mune. Le sentenze di primo gra­do arrivano quest'anno, a poca distanza una dall'altra. A Milano e a Parma le sentenze travolgono Calisto Tanzi, subissato di anni di galera e rinchiuso in carcere, ma risparmiano in gran parte (almeno finora) le banche accu­sate di complicità con il patron di Parmalat. A Roma, invece, ieri la sentenza accoglie in buona parte la ricostruzione della Procura. Viene condannato Cragnotti, ar­tefice principale del dissesto che trasformò in carta straccia un miliardo e 125 milioni di bond dal mattino alla sera, e insieme all'ex presidente della Lazio vie­ne condannata buona parte del­la sua famiglia: il genero, i figli (ma assolta la moglie, come an­che il Gian Piero Fiorani della Popolare di Lodi). Ma insieme ai Cragnotti viene condannato no­nostante le sue ripetute rivendi­cazioni di innocenza, anche Ce­sare Geronzi. «Resto tranquillo, ho agito correttamente e in ap­pello verrà riconosciuto», dice Geronzi. Mentre uno dei suoi le­gali, Paola Severino, è più critica con la decisione dei giudici: «Questa sentenza mette in crisi il rischio di impresa». A carico di Geronzi risultano decisive le dichiarazioni di Cali­sto Tanzi, che ha dichiarato che fu Geronzi a spingere per l'ac­quisto da parte di Parmalat di Eurolat, la società Cirio attiva nel commercio di latte. Non ci sa­rebbe stato niente di male, se i soldi incassati da Cragnotti con l'operazione non fossero finiti ­anzichè nelle esauste casse di Ci­rio - a ripianare i crediti del gruppo nei confronti della banca capitolina. L'operazione, dice Tanzi «anche se non fu una im­posizione fu molto caldeggiata da Geronzi». In quel modo, se­condo la Procura, Geronzi si mi­se in parte al riparo dalle conse­guenze dell'imminente disastro: un disastro di cui, secondo la ri­costruzione della Procura, aveva pienamente consapevolezza.