Corruzione a Perugia Sospetti su altre 6 toghe

L'inchiesta su un imprenditore legato alle Coop. Almeno una dozzina i processi che potrebbero essere stati "addomesticati" tra Consiglio di Stato, commissioni tributarie e Cassazione. Le indagini potrebbero estendersi

Perugia - Almeno una dozzina i procedimenti che potrebbero esser stati condizionati, tra Consiglio di Stato, Commissioni tributarie e Cassazione. Dai semplici processi per gli incidenti stradali alle guerre giudiziarie, tutte nella finanza rossa e su importanti commesse, tra il costruttore vicino alle coop, Leonardo Giombini e colossi come la Cmc di Ravenna.
L’inchiesta sul comitato d’affari di Perugia dopo i quattro arresti di martedì (oltre all’imprenditore Carlo Gradassi e allo stesso Giombini, in manette sono finiti il sostituto procuratore generale della Cassazione Vincenzo Maccarone e Lanfranco Balucani del Consiglio di Stato), potrebbe rapidamente estendersi. Il procuratore capo Nicola Miriano potrebbe infatti raccogliere gli stimoli investigativi del gip Claudia Matteini. Che nei suoi atti individua una «cricca di persone», un «comitato d’affari» organizzato per condizionare sistematicamente, grazie a magistrati compiacenti, le più disparate vicende processuali umbre approdate a Roma.
Un comitato al quale avrebbe partecipato anche Mario Gradassi, padre di Carlo, indagato per associazione a delinquere e notissimo imprenditore della città. Un comitato perché, come dicono al telefono alcuni inquisiti «Semo in famiglia, è come al cimitero dentro una tomba». Tutti insieme. «Se in pochi mesi di indagini - sottolinea quindi il magistrato - sono stati ben cinque gli episodi giunti all’attenzione di questa procura, vi è da pensare che molti altri ne siano stati commessi in passato».
E in effetti nei brogliacci delle intercettazioni telefoniche e ambientali si fa riferimento ad almeno una dozzina di procedimenti «attenzionati», cioè sotto i riflettori dei magistrati inquirenti. Perché sono vicende sulle quali, si dice in un’intercettazione, «bisogna fare tutti squadra» e portare a casa il risultato. Quello che interessa agli indagati per associazione a delinquere e corruzione in atti giudiziari. Anche perché, aggiungono gli inquirenti, «vi è il fondato sospetto che l’azione di imprenditori affermati (come appunto quella di Giombini, ndr) sia stata in larga misura favorita dall’appartenenza a un sodalizio ben radicato sul territorio e ben collegato con soggetti con incarichi istituzionali». Significa che le pressioni sui «colleghi giudicanti che non potevano esimersi dalla richiesta di cortesia», su quelli dell’«oggi faccio un favore a te, domani tu farai un favore a me», determinavano sentenze favorevoli agli imprenditori inseriti nella «cricca». Imprenditori che ne beneficiavano e che quindi grazie alla propulsione giudiziaria illegale sbaragliavano la concorrenza.
Ma il quadro che emerge da questa inchiesta lontana dai riflettori delle grandi città è ancor più allarmante. Perché i magistrati arrestati, secondo l’accusa non dimostravano solo spregiudicatezza nel piegare la legge agli interessi privati. Ma dalle intercettazioni, dalla ricostruzione degli inquirenti emerge un quadro di connivenze di giudici che si scambiano favori sugli esiti dei procedimenti, di corsie preferenziali che lasciano nel cittadino una grave inquietudine. Così che i colleghi inavvicinabili, quelli con i quali non c’è dialogo, diventano come mosche bianche tanta era la disinvoltura nei movimenti ritenuti illeciti e attribuiti ai magistrati finiti in carcere.
Si tratterà ora di capire se il procuratore capo intende allargare le indagini, andando a vedere, sentenza dopo sentenza, l’attività professionale di queste due toghe accusate di corruzione e di tutti quei giudici «avvicinati» o citati nelle decine di intercettazioni. Secondo l’ordinanza di custodia cautelare sono almeno sei i magistrati indicati nelle conversazioni tra indagati, alcuni dei quali avevano rapporti assai intensi con i due giudici ora in carcere. Una ragnatela di influenze tutta da decifrare. C’è la conoscenza con il consigliere del Csm, c’è la collega che si può avvicinare essendo un’ex auditrice. C'è il giudice che incontra quelli ai quali «non posso dire di no». Anche perché insomma, come quasi urla il consigliere Balucani al telefono, «quello che si può fare si fa... per gli amici... per voi senza problemi». E così è talmente forte la colleganza, che Giombini si arrabbia quando non viene attivato il giudice amico sul processo che vedeva la coop Cmc come controparte. A saperlo si chiamava Balucani e «si poteva anche rovesciare il piattino».
gianluigi.nuzzi@ilgiornale.it