Il dono di Orlando a Palermo? 130milioni di multa

da Roma

La primavera di Palermo è finita in bolletta. Il calcolo esatto è ancora in corso, ma sul Comune sta per abbattersi una valanga del peso 120-130 milioni di euro. Un’enormità per il capoluogo siciliano. L’attuale amministrazione però c’entra poco o nulla. Il «regalo» è stato incartato più di vent’anni fa da Leoluca Orlando, il sindaco del rinnovamento, oggi candidato alla Presidenza della Commissione di vigilanza Rai. Orlando è stato primo cittadino dall’85 al ’90 e poi dal ’93 al 2000, dodici anni nell’arco di un quindicennio. Uno strapotere.
E dal pulpito dell’indignazione nell’85 Orlando, che oggi aspira ad un ruolo di equilibrio e garanzia, tuona contro i Cassina, storico gruppo di costruttori, chiacchierati come tutte le realtà imprenditoriali di peso nell’isola. I Cassina hanno gestito per decenni la manutenzione delle strade e delle fogne. Un business ricchissimo. Ma a metà degli anni Ottanta si volta pagina: il vecchio, liquidato come marcio, esce di scena e imbocca la strada del declino; Orlando punta il dito, sua specialità, contro il comitato d’affari che avrebbe imperato a lungo e contro presunte contiguità fra industria e ambienti malavitosi.
Fin qui niente di strano. Orlando ha sempre amato una retorica dai toni infiammati. Solo che il sindaco non si ferma alle parole. No, blocca i pagamenti per i lavori fatti nell’ultimo decennio. Ad occhio e croce opere per 50 miliardi di lire, 25 milioni di euro. Il pretesto cui attaccarsi è un’inchiesta per false fatturazioni che parte da alcuni fornitori dei Cassina e arriva a coinvolgere i vertici del gruppo. Orlando ipotizza che alcuni lavori non siano mai stati compiuti, anche se sono stati certificati dagli ingegneri del Comune che non verranno mai indagati. Misteri italiani.
Il primo cittadino, che oggi vorrebbe vigilare sul pluralismo dei palinsesti, compie una scelta azzardata che alla lunga si rivelerà disastrosa: di fatto piazza una bomba a orologeria sotto la poltrona del suo attuale successore, Diego Cammarata. Cominciano i processi e poiché siamo in Italia il contenzioso viene affettato come un salame. Seguire tutti i passaggi è un po’ complicato, ma in sintesi il Comune di Palermo va spensieratamente incontro ad un salasso. Una parte delle opere, quelle non lambite dai sospetti, viene valutata con un arbitrato. I costruttori stravincono, il Comune non paga, i Cassina pignorano e infine, nel 1990 portano a casa 95 miliardi di lire.
Sull’altro fronte, i Cassina incassano qualche ammaccatura, con le condanne per false fatturazioni. Il quadro però non cambia: si va avanti con un balletto di giudizi da mal di testa, ma la bilancia pende dalla parte dei Cassina. Orlando, sempre avanti, se la prende con la magistratura che avrebbe dimenticato nei cassetti esplosive inchieste sui rapporti fra mafia e politica. Giovanni Falcone che non ama le dietrologie gli risponde asciutto: «Faccia i nomi o stia zitto». Lui per un po’ tace, poi punta un’altra volta il dito. Contro i presunti padroni della città e garanti dell’equilibrio politico mafioso. L’elenco comprende i Ciancimino, i Gunnella, i Lima e pure gli immancabili Cassina.
Accuse gravissime, però tutte da dimostrare. Accuse che non fermano il fiume in piena degli interessi. I fuochi d’artificio verbali non eliminano la montagna dei debiti. I Cassina non vengono mai sfiorati dalle inchieste su Cosa nostra, le ombre indicate da Orlando svaniscono. Restano i soldi: i Cassina vincono un arbitrato, si ripetono in tribunale, poi in corte d’appello; gli interessi aumentano vertiginosamente. La Cassazione impone uno stop e un riesame delle cifre, ma ora la corte d’appello sembra orientata ancora una volta a favore dei costruttori. O meglio, i periti dei giudici hanno nuovamente pesato le cifre della querelle e hanno stabilito che ai costruttori debba essere riconosciuto un tesoretto di 125-130 milioni di euro. La sentenza dovrebbe arrivare l’anno prossimo, è arduo immaginare ora un colpo di scena.
Intanto, la ramazza della magistratura ripulisce Palermo da società che lo stesso Orlando aveva sponsorizzato nella sua mirabolante primavera. Il 7 giugno ’99 viene arrestato il conte Romolo Vaselli: nel mirino alcuni appalti della primavera, come quello per la nettezza urbana, vinti dalle ditte Cosi e Sico. La primavera finisce nel sacco della magistratura, le illusioni evaporano come bolle di sapone. I cinquanta miliardi di lire sono diventati circa 165 milioni di euro, fra un troncone e l’altro. E le prossime scadenze potrebbero spezzare la schiena del Comune. Il preavviso, sotto forma di lettera dei creditori ai consiglieri comunali, è già stato inviato in estate. E il conto alla rovescia innescato nel 1985 è ormai vicino alla fine.