Figlio di Cragnotti indagato per traffico di stupefacenti

L’inchiesta partì 5 anni fa dal Molise. Gli avvocati tranquilli: «Coinvolgimento marginale, chiariremo tutto»

Patricia Tagliaferri

da Roma

In famiglia, è cosa nota, sono avvezzi ai guai giudiziari. Ma questa volta, per i Cragnotti, c’è in ballo un reato che nulla ha a che fare con il dissesto Cirio o con gli impicci del calcio: quello di traffico di stupefacenti. Tocca al figlio dell’ex patron della Lazio, Massimo Cragnotti, difendersi dall’accusa che gli viene contestata dalla Procura di Roma, che ha ereditato per competenza un’inchiesta nata in Molise cinque anni fa e poi passata nelle mani dei magistrati di Reggio Calabria.
Ora il fascicolo è sul tavolo del pm romano Giuseppe Amato e il nome di Massimo Cragnotti risulta tra quelli delle 112 persone coinvolte nella stessa indagine su un traffico internazionale di cocaina tra Italia e Sud America per reati che vanno, a seconda delle posizioni, dall’associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope alla produzione e traffico delle stesse sostanze. Cragnotti junior è indagato sotto il profilo della partecipazione. La sua iscrizione da parte della Procura capitolina è stata un atto dovuto, perché nelle carte trasmesse da Reggio Calabria risultava già indagato. Il pm Amato, però, non ha ritenuto che ci fossero elementi sufficienti per sollecitare nei suoi confronti un’ordinanza cautelare e, non condividendo l’impostazione complessiva dell’inchiesta dei colleghi calabresi, ha ridotto il numero di persone per cui chiedere al gip Maria Teresa Covatta i provvedimenti restrittivi. Il nome del manager - che è stato anche dirigente della Lazio e che è coinvolto nel crac della Cirio ora in udienza preliminare - è saltato fuori da una serie di intercettazioni ambientali e telefoniche disposte dai magistrati calabresi che indagavano su un traffico di droga dalla Colombia e dall’Argentina nell’ambito di un’operazione denominata «Galloway-Tiburon», in cui sarebbero coivolti anche due imprenditori romani, padre e figlio, che gestiscono attività commerciali a Bogotà e Cartagena, dove avrebbero solidi contatti con i fornitori di cocaina, dai quali acquistavano la droga che poi rivendevano in Europa. Un’indagine capillare quella della Procura di Reggio Calabria, che ha richiesto l’intercettazione di oltre trecento utenze telefoniche italiane e straniere e nel corso della quale sono stati sequestrati più di 100 chili di cocaina, armi e una villa ad Ardea, in provincia di Roma.
Cragnotti, nell’ordinanza del gip calabrese, viene definito «recettore pro quota della cocaina». Gli inquirenti, in pratica, sospettano che il figlio dell’ex patron della Lazio abbia messo a disposizione parte dei fondi necessari per l’acquisto di cocaina «in quantità imprecisata», ma «comunque ingente», poi comprata in Italia da alcuni membri della stessa organizzazione.
L’inchiesta, portata avanti dallo Sco del Molise, è partita con il fermo di un albanese che trasportava un grosso carico di droga. Le indagini si sono estese presto nella capitale, dove nel 2004 vennero bloccati in un albergo sulla via Salaria due corrieri trovati in possesso di 43 chili di cocaina arrivata dalla Colombia. Lo scorso 22 novembre gli ultimi arresti: in manette sono finiti 45 italiani e 25 trafficanti che operavano tra Stati Uniti, Argentina, Venezuela, Bolivia e Spagna. Altri trafficanti sono stati ammanettati in Colombia, dove è stato sequestrato un patrimonio di oltre 30 milioni di euro. L’indagine, che vede coinvolti anche avvocati, un maresciallo della Finanza e uno dei carabinieri, sarebbe partita dagli ambienti del carcere del capoluogo molisano.
«Il coinvolgimento del nostro assistito è estremamente marginale - commentano gli avvocati Nicoletta Piergentili Piromallo e Massimo Krogh, difensori di Cragnotti -, l’inchiesta è nella fase iniziale e riteniamo che ci sia tutto il tempo per chiarire la posizione del nostro assistito. Per lui, inoltre, non è stata applicata alcuna misura restrittiva».