«In questo mondo di burattini salvo solo le mie marionette»

Benché quello della compagnia Carlo Colla & figli sia stato fino al 1957 l'unico teatro stabile esistente a Milano oltre alla Scala, non si ha notizia di simili realtà italiane, e forse mondiali, che negli ultimi trent'anni abbiano viaggiato con più frequenza e con più successo per portare i loro spettacoli in tutti i continenti, Africa esclusa: da New York a Sydney, da Pechino a Buenos Aires, da Parigi a Città del Messico; e in tutta la Russia, da Mosca a San Pietroburgo, da Sochi a Novosibirsk, fino a Krasnoyarsk, in Siberia; e poi a Seul, Chicago, Melbourne, Edimburgo, Berlino, Córdoba, Mar del Plata, Caracas, Madrid, Istanbul, Ankara, Smirne, Losanna, L'Aia, Francoforte, Bordeaux; toccando città minori come Colorado Springs, Charleston, Weimar, Nancy, Halle, Baden, Winterthur, Schaffhausen, Bad Lauchstädt.
Non risulta nemmeno che altre compagnie abbiano riscosso attestazioni di stima più sorprendenti: il regista Luchino Visconti, che porta dietro le quinte i suoi assistenti, fra cui Giancarlo Menotti, e li sprona: «Imparate da questa gente come si fa!»; il maestro Claudio Abbado, che dopo aver assistito a due recite a Berlino, si presenta ai Colla e chiede: «Non avete per caso bisogno di un direttore d'orchestra che vi accompagni? Verrei io»; il coreografo Maurice Béjart, che al termine dello spettacolo pretende di fare il baciamano al personaggio principale di Sheherazade. Ora tutto questo avrebbe un senso se la protagonista di Sheherazade fosse stata nel suo camerino intenta a struccarsi. Ma la Carlo Colla & figli è, come da statuto, una «primaria compagnia italiana di grandi spettacoli marionettistici», cioè non è formata da attori in carne e ossa bensì da teste di legno. Belle fin che si vuole, antiche fin che si vuole, però nient'altro che fantocci mossi in palcoscenico per mezzo di fili.
A metà dell'Ottocento di compagnie e di teatri stabili di questo genere in Italia se ne contavano 38. Oggi ne restano una mezza dozzina e due si fregiano del cognome Colla. Il deus ex machina della più importante di tutte si chiama Eugenio Monti Colla. È nato a Milano il 5 settembre 1939 da Carla Colla (figlia di Michele, uno dei quattro fondatori della ditta Carlo Colla), la quale apparteneva alla quarta generazione e aveva sposato il pittore Cesarino Monti, scenografo della Scala e dell'Arena di Verona, giramondo assai volubile (lavorò a Ginevra, Stoccolma, Parigi, Londra e pure in Cina), ritrattista dei divi del teatro e del cinema. «Diciamo solo che era un personaggio molto particolare, un saltimbanco geniale e disordinato», testimonia suo figlio. «Scappò di casa quando io avevo appena 4 anni. Un grosso dono del cielo: uno di noi due sarebbe stato di troppo. Morì nel 1979. Fino all'ultimo sono andato all'inaugurazione delle sue mostre, perché sosteneva che la mia assenza gli avrebbe portato male, e lui veniva a vedere i miei spettacoli di marionette. Ha anche dipinto molte scenografie per la compagnia».
Dopo la laurea in storia del teatro, Eugenio Monti Colla fu assistente del professor Mario Apollonio alla Cattolica per il teatro d'animazione. «Il suo successore, Sisto Dalla Palma, già segretario generale della Biennale di Venezia ed ex direttore del Piccolo Teatro, mi prese da parte e mi disse: “Un cattedratico non può saperne meno del suo assistente”». Traduzione: sloggia. Monti Colla lasciò l'università e per 17 anni si accontentò di insegnare materie letterarie nella scuola media di Meda, in Brianza. Mai investimento si rivelò più fruttuoso: «Oggi la metà dei collaboratori della compagnia Carlo Colla & figli è formata da miei ex alunni, che sono diventati anche i miei migliori amici».
Dopo la morte di Carlo III Colla, avvenuta nel 2011 all'età di 76 anni, Eugenio Monti Colla è rimasto l'unico a tenere in piedi la compagnia dove fin dal 1966 figura come direttore artistico. «Carlo era primo cugino di mia mamma, abbiamo trascorso l'infanzia insieme. S'era ritagliato il titolo onorifico di direttore degli allestimenti, ma più che altro dirigeva un ristorante. Se fosse dipeso da lui, addio marionette».
Come nacque la compagnia?
«I Colla, commercianti di legnami e foraggi, rifornivano le armate austriache a Milano. Abitavano in un palazzo dietro il Duomo, in vicolo San Martino, dotato di un teatrino per gli spettacoli in famiglia. Tradizione diffusa a quell'epoca. Carlo Goldoni, ventenne, a Vipacco mise in scena Lo sternuto d'Ercole, per la gioia del conte Francesco Antonio Lantieri, con alcune delle 200 marionette custodite nella magione patrizia. Se lei va nel Palazzo Borromeo, sull'Isola Madre del lago Maggiore, di teatrini ne trova cinque o sei, con una ricca collezione di personaggi lignei».
Torniamo ai Colla.
«Dopo il Congresso di Vienna, furono esiliati. Finirono in Piemonte, dove s'ingegnarono come marionettisti itineranti. I libri mastri partono dal 1835. Alla morte del fondatore Giuseppe Colla, nel 1861, i tre figli si divisero il materiale e fondarono tre compagnie con lo stesso cognome. La Carlo Colla & figli fu la prima ad arrivare a Milano nel 1906».
Che cosa ricorda della sua infanzia?
«Il gatto con gli stivali. Avrò avuto meno di 3 anni. Mi scioccò moltissimo. Per la prima volta vedevo sulla scena quello che i libri di fiabe non possono mostrare. A 6 anni già andavo alla Scala con la mamma, i nonni e gli zii a vedere La giara e Pinocchio nell'allestimento di Luchino Visconti, perché il mio padrino di battesimo, Antonio Corcione, era il primo mimo del teatro. Sapevo cogliere la differenza fra una spada del 1600 e una del 1650. Al cinema rivedevo per quattro volte di seguito i kolossal di Cecil B. De Mille, I crociati, Sansone e Dalila, I dieci comandamenti, e capivo se un costume era sbagliato, magari modificato solo per mostrare le grazie di Hedy Lamarr».
Un bambino prodigio.
«I Colla erano maniacali nei dettagli. Mio nonno curava financo le medaglie delle marionette. Esempio: la Legion d'onore appuntata sul petto di un generale nello spettacolo L'umile eroe è perfettamente identica all'originale».
Perché, dopo mezzo secolo di attività come compagnia stabile, lasciaste il teatro Gerolamo di Milano?
«Fummo cacciati. Ci dissero che doveva essere abbattuto. E invece lo affidarono a Paolo Grassi, che ne fece una piccola Olympia, dove debuttarono Giorgio Gaber, Enzo Jannacci e Ornella Vanoni. Una trentina d'anni fa è stato chiuso per sempre col pretesto che mancavano le uscite di sicurezza, ma non era vero. Del resto questo è un mondo di burattini. Meglio così, comunque. Oggi le tournée all'estero, ben otto nella prossima stagione, per noi sono diventate una manna dal cielo. A fine ottobre torneremo per la seconda volta a Broadway con La bella addormentata nel bosco».
In quanti siete?
«Quindici persone. Aggiunga cantanti e orchestrali. E le 613 marionette storiche dei Colla, che diventano 3.000 contando quelle che si sono aggiunte nel corso degli anni. Includendo costumi e scenografie, in tutto 30.000 pezzi».
Chi costruisce le marionette?
«Noi. Un nuovo personaggio richiede il lavoro di cinque persone per una settimana. Servono quattro giorni solo per realizzare il costume. I più difficili sono i movimenti particolari per bocca, occhi, mani e piedi. Il Calibano che abbiamo ricostruito quest'anno per La tempesta di Shakespeare recitata da Eduardo De Filippo muove anche la lingua».
Un defunto che recita?
«Ovviamente si tratta di una registrazione che il drammaturgo napoletano effettuò per noi un anno prima di morire. Eduardo vi interpreta tutte le parti, escluse quelle femminili, affidate a una sua attrice, Imma Piro. Nella tradizione della mia famiglia le marionette sono creature obbligate a destare meraviglia e tenerezza. Non devono né far ridere né far piangere».
Perché?
«Non possono. Essendo metafore dell'uomo, non si può pretendere che esasperino i sentimenti. Si limitano a stare al centro di un gioco psicologico col pubblico, al quale innanzitutto va impedito di capire dove si trova. Gli spettatori restano sorpresi quando a fine spettacolo vengono a vedere le marionette da vicino. “Da giù sembravano alte 2 metri. Usate forse degli specchi particolari?”, ci chiedono. Non capiscono che è un effetto della prospettiva teatrale inventata da Andrea Palladio, con le scene montate a cannocchiale per dare l'impressione che vi siano metri e metri di spazio, mentre in realtà i metri sono appena 3. A mano a mano che i personaggi si accostano al proscenio vengono utilizzati in misure diverse: quelli più vicini al pubblico sono alti 80 centimetri, quelli più arretrati 60, 40 o 25».
Costruisce marionette anche lei?
«Non so scolpire il legno, non so maneggiare un pennello. Sto sul ponte a manovrarle, anche se per un artrosico è faticoso piegarsi a 90 gradi sulla balaustra e muovere con fili di refe personaggi che arrivano a pesare 20 chili. E poi curo le regie e scrivo i nuovi testi, 35 dal 1978 a oggi, che hanno portato a 390 copioni il repertorio della compagnia».
Per i costumi chi provvede?
«La più brava è Maria Pia Lanino, nata a Tripoli e vissuta tra Bologna, Palermo e Milano, una mia ex collega di scuola che insegnava lettere. Ha 80 anni. Sa lavorare ai ferri persino il lurex, il filo metallico delle tuniche dei guerrieri medievali».
Senta, maestro, m'è capitato di sentire una sua affermazione assai impegnativa: «Darei tutto pur di salvare una sola marionetta». Anche la vita?
«L'ho già data. Mi sono sentito obbligato a custodire un'eredità pesante e costosa per rispetto verso coloro che, incontrandomi, mi citavano a memoria le battute delle nostre marionette. Parlo di Simone Weil, Marcello Mastroianni, Paolo Poli, Dario Fo, Erminio Macario. E di Igor Stravinskij, il quale nelle sue memorie ricorda uno spettacolo che ho allestito centinaia di volte, perfino in Australia, La serenata di Pierrot: il musicista rimase impressionato da una scena con i pesci che nuotano nel mare. Avrei potuto scegliere un fondo nero e mettermi a fare teatro d'avanguardia, come tutti. Ma sarebbe stato un tradimento. Sono cresciuto dentro l'Arena di Verona, dove la mamma lavorava con la sua ditta di parrucche. Per regalo di laurea le chiesi di portarmi con lei ad assistere a tutt'e tre le prove generali, pensi che follia».
Rende fare i marionettisti?
«Si figuri! Il primo allestimento nuovo, un'Aida, me lo chiese Giorgio Strehler. Ne parlai con i Colla. “Noi non tiriamo fuori un centesimo!”, fu la risposta. Lo feci col mio stipendio d'insegnante. Per i Colla le marionette erano attrezzi da lavoro e basta. Da bambino mi vietavano di toccarle: anche solo uno sguardo avrebbe potuto sciuparle. Andavo a muoverle di nascosto al buio».
Allora perché un giovane disoccupato dovrebbe seguire il suo esempio?
«Perché il mercato è interessante. Ma non troviamo gente adatta. Si presentano personaggi con pretese folli. Uno di loro ha rifiutato il posto con questa motivazione: “Sabato e domenica non posso lavorare, devo fare la breakdance”. Eppure suo padre era appena morto e a casa aveva la madre paralitica bisognosa di assistenza. È un lavoro faticoso, in cui si adoperano mani, cuore e cervello, le mani per ultime. Però ha travalicato i secoli: sono scomparsi il fine dicitore, il cantastorie, la rivista, il cabaret, lo chansonnier, ma le marionette restano vive».
Come si spiega che nell'epoca della multimedialità piacciano ancora?
«Lo chieda a quel ragazzino che è venuto in palcoscenico e ha esclamato: “Papà, ma questo spettacolo era in 3D!”».
Si diventa direttori della compagnia per diritto dinastico?
«Una volta sì. Infatti l'opposizione più forte di alcuni parenti alla mia investitura derivava dal fatto che ero considerato un Colla bastardo, con un cognome diverso. Che mia madre fosse una Colla, non contava nulla: in famiglia le donne venivano usate solo come facchini».
Dopo di lei chi raccoglierà il testimone?
«Ci sono le due figlie di Carlo III Colla, ma non si occupano della compagnia. Una delle due ha un maschio, un Colla di 10 anni, bastardo come me, che forse assumerà il cognome materno anziché quello paterno, però anche lui per il momento non vuol saperne di marionette. Avrà comunque diritto a una parte del materiale. La differenza fra me e i Colla è tutta qui: lascerò ogni cosa in eredità ai miei ex alunni che mi hanno seguito in quest'avventura, che non hanno mai chiesto di apparire, che hanno ricusato il loro stesso nome per chiamarsi semplicemente compagnia Carlo Colla & figli».
(664. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it