Lambrate, dove neppure i morti trovano pace

Durante le esumazioni scene da film dell’orrore: cadaveri a pezzi,
incuria e mancanza di rispetto davanti ai parenti. Nell’unico impianto
crematorio milanese, due forni sono rotti e le salme vengono fatte
incenerire a Venezia e Livorno

Luca Fazzo e Giulia Guerri

«Prendono la salma di mio marito uno per i piedi e l’altro per il vestito. Mentre la spostano cade la testa di mio marito. E uno dei due, un ragazzo giovane, ha detto: oh, la testa».
Non è un racconto dell’orrore. È la testimonianza di Maria Cristina Lodi, una delle centinaia di milanesi che in queste settimane vengono convocate al cimitero di Lambrate per assistere alle esumazioni dei loro cari. La signora Lodi si è trovata di fronte a una scena che difficilmente potrà dimenticare. E ora il suo va ad aggiungersi ai diversi racconti non belli di chi di recente ha avuto a che fare con la macchina dei cimiteri comunali. Non ci sono solo le tangenti che Luigi Balladore, potente capo ripartizione, pretendeva per le tombe vip del Monumentale. Ci sono storie quotidiane che a volte investono direttamene il Comune, a volte il sottobosco dell’indotto. Una certezza: non sempre, in momenti emotivamente così delicati, le cose vanno come dovrebbero.
Ore 10 del mattino, cimitero di Lambrate. Qui funziona anche l’unico impianto crematorio della città. Al piano terreno, si ritira il numerino come alla posta per ritirare le ceneri. Al piano «meno uno» ci sono i forni: tre forni elettrici, due a gas. I due a gas sono rotti, e ancora i lavori per aggiustarli non sono iniziati. Così, nelle settimane scorse, si è creata una lunga lista d’attesa di corpi da incenerire. Piene le ottanta celle frigorifere, le bare accatastate nelle sale d’attesa. E le salme hanno dovuto viaggiare verso Novara, Mantova, Venezia, Livorno. Col risultato che qualche parente si è visto recapitare a sorpresa urne provenienti da centinaia di chilometri di distanza. E, com’è ovvio, a qualcuno è sorto il dubbio che le ceneri contenute non fossero quelle giuste. Ma com’è successo, e perché?
I forni di Lambrate sembrano forni elettrici da pizzeria, e invece sono l’ultimo domicilio delle spoglie dei milanesi prima di dissolversi in cenere. A regnare sul cimitero è una bella e giovane donna, Elena Martone. «Le liste d’attesa si sono create perché si sono incrociati due fattori: il picco di mortalità che si registra ogni inverno, e le esumazioni decennali dopo le quali, se i corpi sono indecomposti, spesso le famiglie chiedono che i resti vengano cremati. Per ridurre la lista d’attesa ci siamo rivolti ad altri comuni. Ma si può stare certi: esistono procedure per garantire che le ceneri che tornano abbiano il nome giusto».
Adesso l’inverno è finito, il picco di mortalità si è attenuato, ma le esumazioni continuano. Alle spalle del crematorio c’è un grande campo dissodato dalle ruspe. Sotto un gazebo, su un tavolo di plastica, ci sono le cassette di ferro dei resti. I parenti arrivano qui, a piccoli gruppi, per assistere all’operazione. A fare il lavoro sono gli operai di una azienda di Brescia, la Eco Fly, creata da tre giovani imprenditori (i fratelli Paolo e Luca Oliva e il loro socio Pierantonio Belotti). Sono quasi tutti stranieri. «Nell’operare gli operatori agiranno con atteggiamento attento, consono al luogo e rispettoso del sentimento dei cittadini dolenti», garantisce il sito web dell’Eco Fly.
Ma il racconto dei parenti non sempre conferma. C’è la signora Lodi, con la sua testimonianza choc sulla testa persa per strada: «Pioveva, ho trovato la bara aperta, la cassa di legno che non c’era più e quella di zinco accartocciata a metà. La salma di mio marito e quella accanto erano sotto l’acqua. Anche la targhetta era finita per terra. Come faccio ad essere sicura che fosse lui?». A lavorare, racconta, erano tre extracomunitari. «Uno lavorava senza guanti, spostando a mani nude i lenzuoli dove fino a qualche minuto prima c’era una salma. E un altro ci ha sputato accanto. Dovrebbero esserci anche gli ispettori del Comune ad ogni esumazione e invece non c’era nessuno, soltanto la signorina con la targhetta per i lumi».
Non è il solo racconto di questo genere. Dice il signor C.: «Sono andato per esumare mio padre. Diluviava e l’ho trovato già nella cassetta dove mettono le ossa. Ci sono rimasto male, eravamo andati con tutti i fratelli, pensavamo che aprissero la bara davanti a noi. E invece, quando siamo arrivati lì, era tutto finito. C’era solo la cassetta di metallo e ci hanno detto che dentro c’erano i resti di mio padre. Intanto andavano avanti a lavorare. Ho visto un teschio in mezzo alla terra e le bare aperte».
Seppellire e disseppellire, non è un mestiere piacevole. Però si potrebbe farlo meglio.