Colpo ai trafficanti: spacciavano droga per 10 chili al giorno

Tutti pregiudicati nostrani, radicati sul territorio, capaci di spacciare alla settimana almeno 3 di chili di cocaina, 10 chili di marijuana e 50 di hashish tra Milano e provincia, con un canale di rifornimento sicuro dal Sudamerica che, passando dalla Spagna, arrivava fino a qui. I carabinieri della prima sezione del nucleo investigativo di Milano sono stati tenaci e pazienti - partendo da un semplice arresto di uno studente d'ingegneria il 31 marzo 2009 - a risalire alla struttura criminale, delinearne i ruoli, i luoghi di stoccaggio, intercettarne le conversazioni, comprenderne le strategie, le forme di copertura (tra cui una rivendita di frutta e verdura di via Padova «La Sicilia in bocca», del 41enne Giovanni Deuscit, un'enoteca in via Pirano, a Precotto «Bacco» e un bar di piazza Sant'Agostino di proprietà di Massimiliano Forcinito, un 39enne finito in galera ieri, mentre i tre locali venivano posti sotto sequestro). È seguendo questo metodo paziente e al tempo stesso costante che ha garantito la decapitazione dell'organizzazione ieri con l'arresto per l'accusa di associazione a delinquere finalizzato al traffico internazionale di stupefacenti di ben 7 di questi pregiudicati italiani che i militari non hanno esitato a definire «imprenditori» degli stupefacenti, mentre altri 32 balordi sono stati raggiunti da avviso di garanzia e, infine, altri tre, sono finiti in manette con l'accusa di detenzione ai fini di spaccio.
Facce da galera, tutti quanti. Ma astuti al punto da dividersi i ruoli con ammirevole prammatismo, secondo le più spiccate capacità e possibilità, anche economiche, di ciascuno («Ho messo 200mila euro nel business» si legge sull'ordinanza a proposito di una intercettazione, ndr), d'intestare box e appartamenti di stoccaggio della droga tra Tribiano e via Padova a mogli, cognate e compagne, di pianificare le vendite e organizzare le rete di spaccio. Tuttavia assolutamente «orfani», quando si trattava di stabilire il cartello dei prezzi dello stupefacente secondo la qualità, se non c'era lui, «il turco». Forse il più importante e, in un certo senso, fascinoso, della vicenda - l'«ottavo uomo» per fare il verso allo scrittore inglese Graham Greene - prima di finire in carcere con gli altri sette è fuggito dall'Italia e ora è ricercato. Un soggetto preziosissimo non tanto per gli investigatori quanto per l'inchiesta e, in particolare, per i suoi complici. Un vero esperto di stupefacenti, il turco. In grado di valutare se la cocaina era «madre perla» cioè di grande qualità o di stabilire che oltre all'hashish afghano «anche il romeno è buono».
Nel 2009 nell'ambito delle indagini, a luglio era stato arrestato un torinese Giulio Bernardi trovato con 150 chili di cocaina. Anche lui era parte dell'organizzazione criminale, perché tra i responsabili del trasporto di stupefacenti, cocaina e hashish, soprattutto. Durante la sua detenzione, è poi emerso che, anche in carcere, riuscisse incredibilmente a utilizzare un cellulare. Così comunicava con l'esterno attraverso un codice, da lui battezzato fieramente «codice da Vinci», a quanto risulta dalle intercettazioni. Da qui il nome dell'intera operazione: Leonardo.