Parentopoli, quegli atenei a conduzione familiare

Alla Sapienza di Roma il rettore Renato Guarini lavora insieme con le due figlie

Se al Sud Italia la famiglia conta molto, forse a Bari conta più che altrove. E se poi si va a curiosare dentro all’Università... be' bisogna ammettere che le preoccupazioni dei vescovi non hanno proprio motivo di esistere. Qui, nel secondo ateneo più grande del Mezzogiorno, dopo quello di Napoli, la famiglia conta, eccome. E soprattutto sa contare, con una spiccata predilezione per le moltiplicazioni: delle cattedre. Dando così anima, ma soprattutto corpo, a una Parentopoli accademica che non ha forse uguali in Italia e che fino a qualche anno fa era rimasta indenne, sotto il vestito buono di concorsi, fatti apparentemente a norma di legge. Ma una legge probabilmente sbagliata, tra i cui paletti è facile fare slalom: organizzando combine, scambiandosi favori, aprendo spazi davanti ai propri ascari e chiudendoli invece per ostacolare gli altri, quelli senza pedigree, magari facendo arrivare loro anche proposte dissuasive. Quelle, come diceva don Vito Corleone, «che non si possono rifiutare».
Il risultato è una mappa dell’insegnamento che soprattutto in certe facoltà baresi sembra essere diventata, nel corso degli anni, proprietà privata di pochi casati i cui esponenti occupano interi corridoi, se non piani. Come a Economia e commercio, dove regnano i Girone, i Dell’Atti, i Tatarano, ma soprattutto i Massari. A portare il cognome Girone, oltre al capofamiglia Giovanni, ex rettore per due mandati (in tutto sei anni), sono i suoi tre figli Francesco, Gianluca e Raffaella, a cui si aggiungono però anche la moglie Giulia Sallustio e il genero Francesco Campobasso. Stessa facoltà, altra famiglia, con Angelo, Antonio, Gabriele e Vittorio Dell’Atti. Anche se il record indiscusso è sempre quello dei Massari, quasi una squadra di calcio che schiera (in piedi) Fabrizio, Antonella e Manuela, oltre a Giansiro, Gilberto e Lanfranco (accosciati). Numeri da far impallidire i Tatarano, che si limitano al professor Giovanni e ai figli Marco e Maria Chiara.
Ma ora la magistratura si è fatta più occhiuta. Vuoi per le tante voci cittadine divenute ormai polifonia, vuoi soprattutto per le denunce circostanziate che planano sui tavoli della Procura sempre più fitte, come i caccia Zero giapponesi sulle portaerei di Pearl Harbor. Sicché adesso, nei corridoi dell’ateneo pugliese, per qualcuno comincia a tirare una brutta aria. Anche per i cosiddetti intoccabili - ed è cronaca di poche settimane fa - con dieci indagati eccellenti, tra cui sei ordinari del dipartimento di Medicina interna finiti nel mirino del sostituto procuratore Emanuele De Maria per un sospetto concorso di primariato al Policlinico universitario, svoltosi a Bari nel marzo 2005.
I nomi locali sono quelli di Francesco Dammacco, Salvatore Antonaci, Alfredo Tursi, Antonio Capurso, Giuseppe Palasciano e il potentissimo Riccardo Giorgino. Quest’ultimo, ex primario di endocrinologia, è tra l’altro l’ennesimo esempio di padre premuroso, dato che la sua poltrona è passata al figlio Francesco dopo che questi aveva fatto una doverosa seppur breve «deviazione» a Chieti in seguito a un concorso vinto e svoltosi - guarda tu le coincidenze! - a Bari. Del resto qui è ormai una tradizione, con quasi il 40% dei figli dei primari che insegnano a vario livello la stessa materia dei padri. Quanto a Palasciano, è la prova provata di come si possa arrivare allo stesso risultato percorrendo strade più lunghe, che però si incrociano. Così suo figlio Fabrizio, evidentemente più appassionato a ossa millenarie anziché a quelle dei malati, è dottorando in Archeologia a Foggia, dove è preside la professoressa Franca Pinto Minerva; il cui rampollo Francesco è invece specialista in medicina interna a Bari nello staff di papà Palasciano.
«Nessuno vuole dire che portare un certo cognome significhi automaticamente essere un cattivo professore - dice Romana Francesca Moscaggiuri, presidente del Consiglio degli Studenti - ma non è altrettanto vero che quello stesso cognome debba essere una garanzia». E si dice seriamente preoccupata, Romana Francesca, a nome di tutti i ragazzi, per il rischio che questo emergente malcostume finisca per «svalutare» il loro sudato pezzo di carta. Preoccupazione che all’inizio del 2005 era stata anche dell’ex preside di Economia, il professor Carlo Cecchi, che pochi mesi prima di morire aveva lasciato la sua eredità di uomo integerrimo, d’altri tempi: due cartelle scritte al computer e datate 17 gennaio, con cui lanciava l’allarme su un altro grave sospetto, quello di un mercato degli esami con un preciso e dettagliato tariffario. Due cartelle da cui era scaturita un’altra indagine penale, ancora in corso.
Ma sono proprio i vincoli di sangue ad alimentare in primo luogo questa Concorsopoli o Parentopoli che dir si voglia. Lo è quel «Tengo famiglia» che il grande Leo Longanesi proponeva di sostituire come motto nazionale in luogo di «Repubblica fondata sul lavoro». Un malcostume che è anche figlio di troppe mamme-chiocce, terrorizzate dall’ipotesi di vedersi allontanare i propri pulcini. La conseguenza è quella «cosa folle» di cui ha parlato l’economista Giacomo Vaciago. Ovvero «che da noi si diventa ricercatori, poi associati e infine ordinari, tutto nella stessa università in cui si è stati studenti. Non succede in nessun altro Paese al mondo. Siamo malati di provincialismo, di familismo e di nepotismo». E come ha dimostrato il caso di Bologna, citato nella prima puntata di questa inchiesta, si tratta di una malattia che non affligge soltanto il Sud, ma anche il Nord. Senza dimenticare il Centro.
Prendiamo l’università romana della Sapienza, per esempio. Dove il pro-rettore vicario, nonché professore ordinario e preside di Medicina e Chirurgia 1, Luigi Frati, non si sente mai solo dato che anche sul posto di lavoro ha sempre attorno a sé i figli Giacomo e Paola, entrambi professori associati, e perfino la moglie Luciana Rita Angeletti, che insegna Storia della medicina; più che una facoltà, una dépendance di casa. Non gli sono da meno il rettore Renato Guarini, attorniato dalle figlie Maria Rosaria e Paola; e il suo predecessore Giuseppe D’Ascenzo, che ha a portata d’occhio il figlio Fabrizio, ordinario di Economia. E la musica non cambia se si passa all’altro ateneo romano, quello di Tor Vergata, dove il rettore Alessandro Finazzi Agrò, ordinario di Medicina e chirurgia, ha visto entrare entrambi i figli: Enrico come ricercatore di Neurologia ed Ettore come professore ordinario nel dipartimento di Studi romanzi della facoltà di Lettere e filosofia. E si potrebbe continuare così, di padre in figlio, con decine e decine di casi analoghi, dalle Alpi alle Madonie. Rischiando la noia, prima ancora che la rabbia.
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